“Le Volpi”: il compromesso come regola quotidiana

Teatro

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Alla Sala Umberto, Franchi e Ricci raccontano la logica del potere tra generazioni con Giorgio Colangeli in scena

In “Le Volpi”, presentato alla Sala Umberto di Roma, Lucia Franchi e Luca Ricci mettono in scena una riflessione lucida e incalzante sui meccanismi della corruzione, che evita ogni scorciatoia moralistica. Il testo, secondo classificato ai Premi Ubu 2024 per la miglior drammaturgia, si concentra su un contesto dichiaratamente circoscritto. Una provincia italiana non meglio identificata, un interno domestico, un pomeriggio estivo, che sembra scorrere senza urgenze. È proprio in questa apparente normalità che il lavoro trova il suo punto di forza.

 

Il nodo narrativo ruota attorno alla possibile chiusura di un reparto di maternità, tema concreto e plausibile, che resta però sullo sfondo. Non è la vicenda amministrativa a interessare gli autori, ma il modo in cui diventa occasione per regolare carriere e rapporti. La politica non è mai rappresentata come scontro ideologico, ma come pratica quotidiana, fatta di linguaggi condivisi, piccoli favori, mediazioni che si presentano sempre come ragionevoli.

 

Al centro della scena ci sono tre personaggi, ciascuno portatore di una diversa modalità di rapporto con gli equilibri di potere. La figlia, interpretata da Federica Ombrato, appare inizialmente come figura di rigore morale. Cresciuta in un contesto privilegiato, formata nelle migliori scuole e università, rivendica con fermezza il valore del merito e della competenza. Per lei, i compromessi sono deviazioni inaccettabili, devono emergere i professionisti e il merito.

 

Il testo, tuttavia, evita di farne uno stereotipo dogmatico. Ombrato, attrice della nuova generazione, già diretta da Marco Bellocchio, lavora su un registro misurato, affidandosi al controllo del gesto e alla precisione dell’ascolto, qualità che rendono credibile la progressiva evoluzione del personaggio.

 

La trasformazione della figlia avviene senza fratture evidenti, attraverso uno slittamento graduale di prospettiva. Quando si presenta l’occasione di un incarico in una nuova struttura culturale, la giovane donna dimostra una notevole capacità di adattamento, riuscendo a ottenere ciò che desidera a discapito di altri, tra cui Bianchini, insegnante di lettere, e l’assessore. Non c’è un tradimento esplicito dei principi, quanto piuttosto una loro rinegoziazione silenziosa.

 

La madre, affidata a Manuela Mandracchia, è una dirigente generale della ASL, che ha costruito la propria carriera con determinazione. Attrice tra le più riconosciute del teatro italiano contemporaneo, Mandracchia porta in scena una donna abituata a esercitare autorità, a farsi rispettare dai dipendenti e a tenere testa al sindaco della cittadina. All’inizio appare come la presenza più solida, quella che governa il sistema dall’interno.

 

Manuela Mandracchia in un momento della rappresentazione (ph. Sisi C.)

Le battute “I compromessi non sono tutti uguali” o “Scivolare verso l’alto, cadere in su” funzionano come strumenti di auto-legittimazione, tentativi di tracciare una linea etica, che le consenta di restare coerente con la propria immagine di servitrice dello Stato.

 

Ma è proprio questo ruolo a nascondere un conflitto profondo, che si manifesta nei silenzi più che nelle parole. Il dialogo interiore della madre, reso esplicito dagli assolo della Mandracchia, accompagna l’intero spettacolo e trova il suo punto di crisi nel rovesciamento dei ruoli con la figlia, che si dimostra via via più disinvolta e più efficace nella gestione del potere.

 

Il sindaco, interpretato da Giorgio Colangeli, è la figura che rende possibile questo slittamento. Attore di consolidata esperienza in cinema, teatro e televisione, Colangeli dà vita a un politico maneggione, incline al compromesso, di modesta statura morale e di piatto livello culturale. La sua interpretazione evita ogni caricatura. Il lavoro sul corpo, le leggere inflessioni dell’accento, il continuo ricorso a luoghi comuni restituiscono un uomo che pensa e parla per formule già pronte.

 

È un potere privo di visione, estremamente pratico, che non si impone e si lascia guidare da chi sa manovrarlo. In questo senso, il sindaco di Colangeli diventa una superficie di proiezione su cui si misurano l’abilità e l’evoluzione della madre e della figlia. Richiama, in qualche misura, e per funzione narrativa, “Il sindaco del Rione Sanità” di Eduardo De Filippo. In entrambi i casi, il profilo delinea l’autorità locale e ne mette in luce i limiti morali e l’incapacità di controllare davvero le dinamiche che si sviluppano intorno a lui.

 

La regia di Luca Ricci rafforza il dispositivo drammaturgico scegliendo di mantenere i personaggi sempre in scena. Non esiste un “fuori campo” per chi dirige gli eventi. Anche quando gli interpreti tacciono, restano visibili, presenti, partecipi. Sguardi, posture e silenzi assumono un valore attivo. Il non detto diventa azione e la permanenza in scena rende evidente il meccanismo della complicità e dell’autoassoluzione.

 

L’interno domestico si configura così come uno spazio chiuso, una sorta di camera di compensazione morale da cui non si esce mai davvero, perché nessuno può dirsi estraneo al sistema che si sta costruendo. E la provincia, più che come sfondo geografico, emerge come microcosmo simbolico in cui le dinamiche del potere si manifestano nella loro forma più quotidiana e riconoscibile.

 

“Le Volpi” costruisce la propria efficacia su questa precisione dello sguardo, su un teatro che non alza la voce, su un’ironia sottile che si fa sempre più amara. Franchi e Ricci accompagnano lo spettatore all’interno di un sistema di relazioni in cui nulla appare apertamente illegittimo, eppure ogni gesto contribuisce, sottilmente, a ridefinire il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è.

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