Cortina 2026: tra sogno olimpico e resa dei conti con la realtà
Cortina d’Ampezzo, Belluno ( Veneto) – Le Olimpiadi invernali del 2026, quelle di Milano-Cortina, continuano a essere raccontate come una grande occasione: per lo sport, per i territori, per l’immagine internazionale del Paese. Tutto vero, sulla carta. Ma come spesso accade in Italia, è proprio quando la narrazione diventa troppo entusiasta che vale la pena fermarsi un attimo e guardare dietro le quinte.
Cortina d’Ampezzo non è un luogo qualunque. È un simbolo, un marchio, un’idea di montagna che da decenni vive sospesa tra eleganza, turismo d’élite e fragilità ambientale. Riportare qui i Giochi, dopo quelli del 1956, ha un valore storico e affettivo indiscutibile. Ma il punto non è se Cortina “meriti” le Olimpiadi: è se il sistema che le organizza sia davvero all’altezza di un territorio così delicato.
Il mantra è noto: infrastrutture, sviluppo, lavoro. Parole che accompagnano ogni grande evento e che, puntualmente, vengono smentite o quantomeno ridimensionate dal conto finale. Le opere promesse come “necessarie” rischiano di diventare cattedrali nel deserto alpino; le strade nate per i Giochi restano, ma spesso senza una vera integrazione con le esigenze di chi in montagna ci vive tutto l’anno. La domanda, fastidiosa ma inevitabile, è sempre la stessa: per chi si sta costruendo davvero?
Cortina oggi è già sotto pressione. Prezzi immobiliari fuori scala, seconde case che divorano spazio e identità, giovani costretti ad andarsene. Le Olimpiadi potrebbero essere l’occasione per invertire la rotta, ma solo se il progetto guarda oltre la cerimonia di chiusura. Altrimenti resterà l’ennesimo grande evento calato dall’alto, utile a riempire brochure e a svuotare bilanci pubblici.
Le Dolomiti da salvguardare
C’è poi la questione ambientale, che non può più essere liquidata come un fastidio ideologico. Le Dolomiti non sono un fondale neutro: sono un ecosistema fragile, già messo alla prova dal cambiamento climatico. Parlare di Giochi “verdi” mentre si costruiscono nuove infrastrutture, si spostano montagne di terra e si artificializza la neve suona, nel migliore dei casi, come una contraddizione non risolta. Nel peggiore, come una presa in giro.
Eppure, sarebbe ingiusto fermarsi solo alle critiche. Le Olimpiadi di Cortina 2026 possono ancora diventare un laboratorio diverso, meno muscolare e più intelligente. Un modello che punti sulla riqualificazione dell’esistente, sulla mobilità sostenibile, su un turismo meno predatorio e più distribuito nel tempo. Un’occasione per dimostrare che l’Italia sa organizzare senza strafare, valorizzare senza consumare.
Cortina sarà una vetrina mondiale eterna?
Il problema è che tutto questo richiede una visione politica chiara, e soprattutto il coraggio di dire qualche “no”. No a opere inutili, no alla retorica del “tanto paga lo Stato”, no all’idea che ogni grande evento debba per forza lasciare un segno fisico per essere considerato un successo. A volte, il segno più importante è proprio quello che non si vede.
Cortina 2026 sarà comunque una vetrina mondiale. La vera sfida, però, non sarà fare bella figura per due settimane, ma guardarsi allo specchio dieci anni dopo e poter dire che ne è valsa la pena. Non per gli slogan, non per le medaglie, ma per il territorio e per le persone che lo abitano. Tutto il resto, come spesso accade, è contorno.











