Organizzazione e criticità nella sanità italiana. Intervista al Prof. Matteo Di Biase
0ggi a “Pelo e Contropelo” ospito il prof. Matteo Di Biase, storico Ordinario di Cardiologia dell’Università di Foggia, già membro del Consiglio Superiore di Sanità, aritmologo di fama, voce libera e sempre pronta a dire la sua senza troppi giri di parole.
Con Matteo ci diamo del tu da sempre, sia nella vita che nel lavoro, e mi fa piacere mantenere questa confidenza anche nell’intervista: penso che renda la conversazione più vera e diretta, proprio come piace ai nostri lettori.
Il prof. Di Biase , nella foto, rappresenta un protagonista che ha visto cambiare la sanità italiana da dentro e che oggi ci aiuta a capire cosa non va – e cosa potrebbe funzionare meglio – su temi caldissimi come liste d’attesa, Pronto Soccorso (PS), medicina difensiva e appropriatezza.

Pronto a metterti in gioco, Matteo?
Liste d’attesa: pubblico, privato e intramoenia
Matteo, le liste d’attesa sono diventate un vero incubo per pazienti e medici. Secondo te, cosa sta succedendo e c’è una soluzione concreta che vedi possibile
Le liste d’attesa sono ormai fuori controllo, e il Covid ha solo accelerato un problema che già esisteva. La soluzione è complicata per mancanza di fondi e di operatori (sproporzione tra richieste e fruibilità del servizio), ma serve volontà. Per me il mezzo più efficace e veloce è permettere ai medici e agli infermieri dipendenti del Sistema Sanitario di aumentare il più possibile l’intramoenia, a patto che essi abbiano già coperto il loro carico di lavoro ordinario ed effettuato le prestazioni previste. Svolgere l’attività intramoenia, che prevede una scelta dell’operatore da parte del paziente, è un incentivo per fare meglio l’attività ordinaria. Se non mettiamo mano alla disponibilità reale di operatori, possiamo allungare gli orari di apertura quanto vogliamo ma il risultato non cambia. È sempre meglio utilizzare ed incentivare i “propri” dipendenti, di cui si conoscono le qualità, piuttosto che rivolgersi ad “altri”. Il rischio è che il paziente si senta abbandonato e cerchi scorciatoie nel privato, con costi che spesso non può permettersi. Serve una revisione strutturale, non solo qualche rattoppo.
Pronto Soccorso: organizzazione e gestione dell’emergenza
Il Pronto Soccorso oggi sembra sempre sotto pressione, tra barelle e pazienti che restano ore o giorni. Tu che cambiamenti hai visto rispetto a qualche anno fa
Il PS di oggi non è più quello che conoscevamo: prima era il primo punto di contatto, dove il medico osservava il paziente per un breve periodo di tempo e decideva il Reparto per il ricovero, magari dopo una consulenza rapida, disponendo di molti posti. Oggi, invece, per l’impossibilità di trasferimento nei reparti, tutti intasati, il paziente resta bloccato per ore o per giorni su barelle e letti aggiuntivi, spesso in spazi inadatti, perché la diagnosi e la terapia devono essere fatte direttamente lì. Gli esami di secondo livello – TAC, risonanze – sono diventati routine anche nei PS, ma il personale e gli spazi non sono aumentati di pari passo. Bisogna ripensare il PS come una vera struttura interdipartimentale, simile ad una ampia corsia ospedaliera, capace di erogare differenti livelli di prestazioni con personale e risorse dedicate e soprattutto con spazi ampi e progettati ad hoc con ampie visioni. Continuare a tamponare non basta più, servono scelte radicali e coraggiose.
Intramoenia : superare l’attuale tassazione
Tanti colleghi dicono che lavorare in intramoenia non è così vantaggioso come sembra. Tu come la vedi?
L’intramoenia, così come è, è una mezza illusione. Il paziente paga come nel privato, l’Azienda trattiene il 35% della prestazione, poi c’è la tassazione ordinaria che supera il 36%, più la trattenuta ENPAM. Alla fine, su 100 euro, il medico ne porta a casa meno della metà. Questo scoraggia molti colleghi e rende il sistema meno efficiente. Bisognerebbe eliminare le trattenute di Regione e Stato, lasciando che il paziente paghi solo la quota destinata realmente al personale. Così si favorirebbe l’accesso alle cure (almeno per le prestazioni ambulatoriali) e si darebbe finalmente valore al lavoro degli operatori, senza pesare inutilmente sui pazienti già in difficoltà per la malattia.
Appropriatezza e richieste “inutili”
Si parla sempre di richieste inappropriate e medicina difensiva. Secondo te, è davvero così facile distinguere il necessario dal superfluo
Parlare di inappropriatezza è rischioso, perché ogni richiesta nasce da un ragionamento clinico che il curante fa per tutelare il paziente. Solo una corretta diagnosi può portare ad una terapia efficace. Certamente le cifre che circolano non sono attendibili e sicuramente non aiutano a risolvere il problema dell’appropriatezza. Bisogna ricordare che la medicina difensiva incide sull’appropriatezza per 2 punti di PIL e rappresenta almeno il 5% delle richieste totali. Ma chi può dire davvero cosa è superfluo e cosa non lo è? La pressione legale e sociale porta i medici a prescrivere di più per evitare rischi, ma il vero problema è la mancanza di fiducia e di strumenti condivisi per valutare l’appropriatezza. Serve più dialogo e meno giudizi sommari.
Adesso, lasciando da parte le criticità organizzative, vorrei chiederti un parere su ciò che riguarda la formazione dei nuovi medici, l’innovazione e il rapporto con i pazienti. Sono aspetti che spesso restano in secondo piano ma che, alla fine, fanno davvero la differenza nella pratica quotidiana e nel futuro della nostra professione.
Formazione in sanità e professione medica: ruolo dell’Università
Molti giovani medici dicono che l’Università prepara bene sulla teoria, ma poi in reparto si sentono spaesati. Tu dove pensi che si sbagli e cosa si potrebbe cambiare
Secondo me, l’Università deve puntare molto di più sulla pratica clinica e sul far stare gli studenti più a lungo in corsia sempre in presenza di tutor esperti e con meno lezioni frontali sterili. Solo con l’esperienza e vedendo operare i Colleghi più anziani si impara davvero a gestire i pazienti e a prendere decisioni, non solo a chiedere una batteria di esami nella speranza che sia incluso quello giusto.
Il sistema delle specializzazioni è spesso una corsa a ostacoli: test, poche borse, tempi lunghi… Tu come lo miglioreresti
Penso che serva una attenta programmazione dei bisogni per almeno 10 anni e che bisogna mettere a disposizione le borse in maniera proporzionale investendo molto di più. L’accesso deve essere più trasparente e più veloce. Troppi giovani restano bloccati anni, rischiando di demotivarsi o scappare all’estero.
Si parla sempre di potenziare la medicina territoriale, ma i cittadini vedono pochi cambiamenti. Secondo te, dove stiamo sbagliando
Manca davvero l’integrazione tra ospedale e territorio: i medici di base sono spesso lasciati soli e la digitalizzazione è ancora troppo indietro. Servirebbe una rete più forte e strumenti più semplici per collaborare davvero. Aumentare le strutture extraospedaliere aggiungendone nuovi tipi non è risolutivo in quanto il livello diagnostico nei presidi periferici è limitato dalla scarsa disponibilità di mezzi per la diagnosi per cui alla fine…si ricorrerà sempre in ospedale. Per questo il PS deve essere rivisitato e modificato nella sua struttura (spazi e prestazioni). In alcune città italiane i presidi extraospedalieri fanno rete con l’ospedale in quanto dipendono dallo stesso Direttore di Struttura che, avendo a disposizione tutto il disponibile, organizza e indirizza le prestazioni anche in periferia. È una strada che si potrebbe provare a percorrere.
In una sanità che deve evolversi, innovazione, ricerca e rapporto umano sono diventati sfide centrali. Su questi argomenti, ecco le idee e l’esperienza del Prof Di Biase.
Innovazione, ricerca e rapporto umano nella sanità italiana
L’Italia investe poco in ricerca e innovazione. Secondo te, cosa manca davvero per fare il salto di qualità
È mia opinione che l’unico motore per la ricerca e l’innovazione sono i fondi che non possono essere messi a disposizione dallo Stato. In tutto il mondo un buon 80% dei fondi è fornito dai privati per obiettivi ben definiti tra cui spicca l’innovazione. Inoltre la ricerca è integrata nel senso che le Università partecipano con le proprie strutture a fornire i mezzi. In Italia i fondi statali sono necessariamente limitati, non vi sono ingenti investimenti esteri e le Università non partecipano ai programmi nuovi ed originali per mancanza di strutture. Spesso chi ha idee nuove e valide resta ai margini per insufficiente dotazione finanziaria.
Rapporto medico-paziente e burocrazia
Tra burocrazia e carichi di lavoro, secondo te c’è ancora spazio per il rapporto umano col paziente
È sempre più difficile, ma è proprio quello che fa la differenza. Bisognerebbe alleggerire le scartoffie e ridare tempo e valore all’ascolto, altrimenti rischiamo di perdere il senso della professione.
Prof, da Cardiologo “di lungo corso” e con la passione per il giornalismo, mi capita spesso di riflettere su quanto la comunicazione sia centrale nel nostro lavoro. Visto che ci conosciamo e ci stimiamo da tanti anni, mi fa piacere condividere con te qualche spunto che mi sta a cuore, soprattutto pensando ai giovani colleghi e alle sfide che ci aspettano con la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale.
Comunicazione e digitalizzazione: materie obbligatorie per la medicina che cambia
Prof, quanto pensi siano fondamentali la comunicazione e le competenze digitali per i medici di oggi e di domani? L’Università dovrebbe inserirle nei piani di studio come materie obbligatorie
Sono convinto che la comunicazione sia una vera competenza clinica: se non sai spiegare, ascoltare e creare fiducia, rischi di non curare davvero. Dovrebbe essere insegnata come materia di base, con esercitazioni pratiche e feedback, dal primo anno di Medicina e non lasciata solo all’improvvisazione. Allo stesso modo, oggi è fondamentale conoscere gli strumenti digitali: la medicina sta cambiando e chi non si aggiorna rischia di restare indietro. Serve una formazione di base su informatica e intelligenza artificiale, sia teorica che pratica, per preparare davvero i futuri medici alle nuove sfide — ma sempre con la consapevolezza che la massa delle informazioni va controllata e approfondita continuamente. Solo così le nuove competenze, supportate dalla creatività e dal pensiero critico che può dare solo la mente umana, possono diventare davvero utili nella pratica clinica.
Grazie di cuore, prof . Di Biase, per aver condiviso con noi la tua visione senza filtri e la tua esperienza vissuta sul campo, quella che non si trova nei manuali ma tra le corsie, le barelle e le scelte difficili di ogni giorno. Credo che ai lettori serva proprio questo: voci vere, che non si accontentano di slogan o rattoppi, ma chiedono soluzioni concrete e coraggiose.
Forse sarebbe ora che chi amministra la nostra sanità si fermasse davvero ad ascoltare chi la vive ogni giorno, invece di inventare ricette dall’alto. Perché la medicina si cambia solo insieme, e solo se si parte dalla realtà.
A presto, e grazie ancora per averci aiutato a guardare “a pelo e contropelo” la sanità italiana!

Riccardo Guglielmi Giornalista Scientifico
redazione@corrierenazionale.net
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Grazie per questo autorevole contributo. Stimo molto il professore Di Biase, è un maestro e so che può darci ancora molto.