© foto di SSC Bari
Cesena-Bari era una partita che raccontava molto più della classifica. Era il ritorno di Moreno Longo in una piazza che conosce bene, ma soprattutto era un banco di prova decisivo per un Bari chiamato a dare finalmente un segnale concreto. La stagione ha preso una piega complicata, tra aspettative alte e un cammino che ha lasciato più dubbi che certezze ma anche certezze in negativo, e il tempo per spiegare aveva ormai lasciato spazio all’urgenza di agire. Al “Manuzzi” servivano equilibrio, lucidità e personalità, contro un Cesena organizzato e affamato, guidato da idee chiare e da una forte identità con Mignani. In un contesto così, il risultato contava, ma contava ancora di più il modo: l’atteggiamento, la compattezza, la capacità di soffrire e reagire. Era un pomeriggio in cui il Bari doveva dimostrare di esserci davvero, per rispetto della maglia e di una stagione che non può permettersi di scivolare via. Una curiosità: il Bari non vince proprio dalla gara contro il Cesena all’andata al San Nicola.
Si prevedeva qualche novità in formazione e novità ci sono state. Questa la formazione (3-4-2-1) mandata in campo da Longo: Cerofolini, Cistana, Pucino, Nikolaou, Mane, Verreth, Braunoder, Dorval, De Pieri, Rao, Gytkjaer. Dunque sorpresa De Pieri dal primo minuto con Rao e la conferma di Cistana.
Il primo tempo è un lungo racconto a senso unico, con il Cesena che prende subito in mano la partita e il Bari costretto a vivere di resistenza più che di gioco. I romagnoli avanzano a ondate, stringono il campo, obbligano i biancorossi a rintanarsi sempre più vicino a Cerofolini. In pochi istanti arrivano le prime avvisaglie, poi l’assedio diventa continuo: tiri dal limite, mischie, angoli in serie, con il Bari che fatica perfino a respirare e ad affacciarsi oltre la propria metà campo.
La sensazione è quella di una pressione destinata prima o poi a produrre qualcosa, perché difendersi soltanto, senza mai alzare il baricentro, significa sfidare il tempo. Il Bari prova a reggere con ordine e applicazione, mettendo anche impegno, ma resta schiacciato, incapace di spezzare la morsa romagnola. Il Cesena colpisce due traverse, sfiora il gol più volte e continua a spingere, come se la rete fosse solo una questione di attesa.
In mezzo a questo dominio, l’unico lampo del Bari arriva quasi per caso: un cross di Dorval trova Mane, che calcia a colpo sicuro, ma sulla linea Ciofi nega quello che sarebbe stato un vantaggio insperato. È l’unica vera occasione biancorossa, isolata e solitaria, in un mare di iniziative cesenati. Troppo poco per pensare di cavarsela a lungo: se non si mette il muso fuori dall’area, prima o poi il gol lo si prende. E il primo tempo lascia proprio questa sensazione sospesa, quella di una diga che regge, ma scricchiola. Ancora in ombra alcuni baresi come Verreth, Gytkyaer sul quale, forse, c’era un rigore da fischiare, e De Pieri.
La ripresa si apre esattamente come si era chiuso il primo tempo, con il Cesena che riprende a spingere senza concedere tregua. Il Bari resta basso, aggrappato al suo portiere e alla propria capacità di soffrire, mentre le occasioni romagnole continuano a moltiplicarsi e i calci d’angolo diventano il simbolo di un dominio territoriale quasi soffocante. Sembra solo questione di tempo, ancora una volta.
E invece, quando meno te lo aspetti, il calcio cambia copione. Alla prima vera sortita, Rao si infila tra le maglie della difesa con una serpentina che profuma di coraggio e lucidità e trova il gol del vantaggio: il primo della sua carriera in serie B, il più inatteso, il più pesante. Il Bari colpisce senza preavviso, dimostrando che soffrire non significa rinunciare a far male. Ma la partita è tutt’altro che chiusa.
Il Cesena reagisce subito, con rabbia e orgoglio, tornando ad assediare l’area biancorossa. Cerofolini diventa ancora protagonista, opponendosi a conclusioni ravvicinate e tenendo in piedi una squadra che continua a barcollare sotto i colpi avversari. Alla lunga, però, la pressione paga e il pareggio arriva, inevitabile, come una diga che cede dopo aver retto troppo a lungo.
A quel punto Longo decide di cambiare volto al Bari, pescando dalla panchina e ridisegnando l’assetto. La squadra si compatta, trova nuove energie, smette di essere solo difesa e inizia a guardare di nuovo in avanti. C’è un’altra occasione mancata, poi l’episodio che ribalta tutto: un movimento perfetto, un taglio pulito di Nikolaou, proprio uno di quelli che avevano deluso, la testa di Moncini che trova finalmente il gol. È il segnale più forte della serata, quello di una squadra che non si limita a resistere, ma lotta, reagisce, vive.
Nel finale è ancora sofferenza pura, con il Cesena che spinge fino all’ultimo e il Bari che si salva anche sulla linea con Cistana su un tiro di Frabotta, stringendo i denti e il cuore. Ma quando arriva il triplice fischio, il senso va oltre il risultato. Questa vittoria vale oro non solo per i punti, ma perché racconta di un Bari diverso, ferito ma non rassegnato, capace di ritrovare anima, coraggio e appartenenza. E forse, da qui, qualcosa può davvero ripartire.
Sembra davvero che l’aria viziata, pesante, quasi irrespirabile degli ultimi mesi sia stata spazzata via, lasciando spazio a un refolo nuovo, ancora timido ma finalmente pulito. Non è solo una vittoria, ma un segnale. Il Bari torna a vincere con il ritorno di Moreno Longo in panchina, ritrovando tre punti che mancavano dal 2 novembre – guarda caso proprio contro il Cesena – e riscoprendo il gusto del successo in trasferta dopo quasi un anno. Già questo basterebbe a parlare di aria nuova, ma le occasioni sprecate dal Cesena dimostrano che la patologia nel Bari rimane ancora invariata. Ora c’è solo da curarlo bene e non con i soli antidolorifici.
La mano di Longo, tuttavia, si è vista, al di là di come finirà la stagione. È stata una vittoria di squadra, sporca, sofferta, aiutata anche dalla fortuna, ma mai passiva. E proprio la sofferenza, questa volta, non è stata subita: è stata accettata, cercata, attraversata. Attenzione però a non perdere di vista l’obiettivo reale, che resta la salvezza. Longo è un valore aggiunto, ma non un taumaturgo: questa squadra va rinforzata, perché i limiti restano evidenti.
Il Bari ha sofferto terribilmente nel primo tempo, mostrando ancora una volta tutte le proprie carenze nella costruzione del gioco. Al netto dell’occasione di Mane, non si è vista un’idea offensiva degna di questo nome: per lunghi tratti è sembrato il solito Bari, se non fosse stato per l’impegno e l’applicazione. Nella ripresa, però, qualcosa è cambiato. I cambi di Longo sono stati puntuali e incisivi, il modulo ha dato equilibrio e la squadra, finalmente, ha osato. Dopo mesi di buio totale in attacco, sono arrivati due gol e la sensazione – rarissima – di poter far male.
Sia chiaro: il Cesena avrebbe meritato la vittoria. Ogni pallone che entrava in area biancorossa ha fatto tremare i polsi, e solo una questione di millimetri ha evitato il peggio in più di un’occasione. Il Bari è stato fortunato, inutile negarlo. Ma la fortuna, come insegna Virgilio, audentes fortuna iuvat: la sorte aiuta gli audaci. E il Bari, per una volta, ha avuto il coraggio di crederci, di restare in partita, di colpire quando si è presentata l’occasione.
La differenza rispetto al recente passato è tutta nello spirito. Oggi si sono visti uomini, non figurine. Rao si è finalmente sbloccato, Dorval ha provato ad affondare, Cerofolini è stato il migliore in campo, un portiere che tiene a galla il Bari da settimane e senza il quale la classifica sarebbe probabilmente impietosa. Anche quelli che sembravano fantasmi – Nikolaou, Gytkjaer, Verreth – pur senza incidere, hanno mostrato almeno partecipazione. E questo non è un dettaglio.
Si è perso troppo tempo prima. Vivarini sarà anche un tecnico preparato, ma non era il motivatore di cui questa squadra aveva bisogno. La batosta di Empoli era stata un segnale chiarissimo: nulla sarebbe cambiato, anzi il rischio era di peggiorare ulteriormente. Non era solo colpa sua, sia chiaro, ma la scelta si è rivelata un errore che è costato due mesi preziosi.
Questa vittoria pesa per la classifica e forse ancora di più per il morale. Non illudiamoci: una rondine non fa primavera e i problemi restano tanti, a centrocampo si soffre, la difesa balla, la manovra è fragile. Ma oggi si è vista una squadra viva, mediocre quanto si vuole, ma presente. Una squadra che lotta come quelle destinate a salvarsi all’ultima giornata, scarse magari, ma mai rassegnate, capaci di guadagnarsi anche quella dose di fortuna che nel calcio non arriva mai per caso.
Longo, infine, appare un allenatore all’altezza di una piazza come Bari anche fuori dal campo: misurato, diretto, credibile. Senza volti cupi né proclami enfatici, ma con parole semplici, ferme, che trasmettono responsabilità e consapevolezza. In una città che vive di calcio, anche questo conta. Forse non è ancora primavera, ma dopo tanto inverno, almeno, si torna a sentire odore di vita. Oggi abbiamo finalmente sofferto nel vedere il Bari. Fino a sabato scorso si era tutti disperatamente demotivati, tifosi e giornalsiti, perchè sapevamo come sarebbe andata a finire. Da oggi sappiamo che possiamo dignitosamente soffrire fino alla fine.
Massimo Longo











