Roma sperimenta il “badante di condominio”: un welfare di prossimità contro la solitudine degli anziani
Roma Capitale ( Lazio) – Si avverte qualcosa di profondamente romano — e finalmente concreto — nell’idea dei badanti di condominio. Non l’ennesimo slogan sulla “città che si prende cura”, ma un tentativo pratico di rimettere insieme due fragilità che a Roma convivono da anni senza parlarsi davvero: l’invecchiamento e la solitudine.
La delibera approvata all’unanimità dall’Assemblea capitolina segna un punto interessante, soprattutto perché nasce dove il problema è più evidente: nelle case popolari, nei grandi complessi di edilizia residenziale pubblica, nei palazzi dove spesso si vive porta a porta senza sapere nemmeno il nome del vicino. Qui l’anziano solo non è un’eccezione, ma la regola silenziosa.
Nel dettaglio, il badante di condominio non è una figura rivoluzionaria in senso stretto. Non cura, non fa assistenza sanitaria, non sostituisce i servizi sociali. Eppure proprio questa sua “leggerezza” è la chiave. Accompagnare dal medico, portare i farmaci, fare la spesa, andare in posta, ma soprattutto esserci. Perché il punto non è solo aiutare a vivere meglio, è evitare che si viva invisibili.
Roma, da questo punto di vista, è una città spietata. Grande, dispersiva, con servizi spesso distanti e un tessuto sociale che negli anni si è sfilacciato. L’anziano che vive solo non è soltanto fragile dal punto di vista fisico: è fragile perché isolato, perché non intercetta l’aiuto, perché spesso rinuncia a chiederlo. E allora l’idea di un aiuto condiviso, che non entra solo in un appartamento ma in un intero palazzo, sembra rimettere al centro una parola che da tempo suona retorica: comunità.
La sfida delle politiche sociale e welfare
Certo, non mancano le domande. Funzionerà davvero? Riuscirà a evitare la solita parabola dei progetti sperimentali, entusiasmanti sulla carta e timidi nella pratica? La sfida sarà duplice: da un lato garantire continuità, dall’altro evitare che questa figura diventi una toppa a mancanze strutturali più profonde. Il rischio è sempre quello di caricare una singola persona di aspettative enormi, in contesti sociali complessi.
Ma c’è un aspetto che merita attenzione positiva: la dimensione collettiva. Non più il rapporto uno a uno, spesso economicamente insostenibile, ma una condivisione dell’assistenza. Un modello che non riguarda solo la cura, ma anche la responsabilità. Perché se il badante di condominio funziona, è anche perché attorno c’è un palazzo che partecipa, che segnala un’assenza, che si accorge se qualcuno non apre le finestre da giorni.
In questo senso, l’iniziativa lanciata da Valeria Baglio insieme alle commissioni Politiche sociali e Lavoro ha un valore politico che va oltre il provvedimento stesso. Dice che l’invecchiamento non è solo un problema individuale, ma una questione urbana. Dice che il welfare non deve per forza essere distante, burocratico, impersonale. Può abitare nello stesso pianerottolo.
Dal pubblico al privato
Resta da vedere se Roma saprà crederci davvero, estendendo il progetto oltre la fase sperimentale e aprendolo anche a forme miste, pubbliche e private, senza snaturarlo. Perché se questa figura diventerà solo un servizio in più da appaltare, perderà il suo senso più profondo.
Per ora, però, vale la pena dirlo: è una buona notizia. Una di quelle piccole, concrete, che non cambiano il mondo ma possono cambiare la giornata — e a volte la vita — di qualcuno. In una città che spesso si accorge dei suoi anziani solo quando finiscono in cronaca, non è poco.















