Cinque stelle in Albania, Tasse in Italia

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Con il “Modello Albania” il  paradosso di uno Stato che spreca

Shëngjin, Gjadër (Albania) – In Italia il problema non è più l’errore ma l’ostinazione. Il cosiddetto “Modello Albania” sembra rientrare perfettamente in questa categoria: un’idea presentata come svolta epocale sulla gestione dei flussi migratori e che, a distanza di mesi, si sta rivelando un costosissimo guscio vuoto. Letteralmente vuoto.

L’assurdo del Governo Meloni

Altri 18 milioni di euro stanziati. Non per assumere agenti, non per rafforzare i presìdi di sicurezza, non per rimettere in piedi stazioni di polizia che chiudono di notte o scuole che chiedono protezione dopo l’ennesimo episodio di violenza. No. Diciotto milioni per pagare strutture a cinque stelle in Albania, alberghi di lusso che ospitano centri migranti che non funzionano e che restano, nella sostanza, inutilizzati. Un paradosso che rasenta l’assurdo.

Mentre ai cittadini italiani viene chiesto di stringere la cinghia, di accettare nuove tasse o aumenti silenziosi, lo Stato continua a bruciare risorse pubbliche in un progetto che non garantisce sicurezza, non accelera le procedure e non risolve nulla. Anzi, aggiunge solo una voce in più alla lista degli sprechi. È legittimo chiedersi: chi paga davvero il prezzo di questa scelta politica? La risposta è semplice e amara: sempre gli stessi.

l’talia sprofonda  nel caos

Nel frattempo, la realtà nelle nostre città racconta altro. Stazioni ferroviarie lasciate senza personale, carabinieri e poliziotti spostati o ridotti all’osso, episodi di criminalità che aumentano e un senso diffuso di insicurezza che non è propaganda, ma esperienza quotidiana di chi prende un treno, manda i figli a scuola o rientra a casa la sera. Di fronte a questo scenario, vedere milioni di euro finire in resort di lusso all’estero è qualcosa che offende l’intelligenza prima ancora del portafoglio.

Un cambiamento urgente

Il punto non è ideologico, come qualcuno vorrebbe far credere. È pratico. Se una misura non funziona, si cambia. Se un progetto si rivela inefficace e costoso, lo si chiude. È il principio base di qualsiasi amministrazione minimamente responsabile. Continuare a difendere il “modello Albania” come una bandiera, ignorando i risultati fallimentari, significa mettere l’orgoglio politico davanti all’interesse pubblico.

Una proposta concreta è stata avanzata: riconvertire quei centri in strutture detentive per cittadini albanesi condannati in Italia, liberando risorse e permettendo il rientro dei nostri uomini e delle nostre donne in divisa sul territorio nazionale. Una proposta discutibile, migliorabile, certo. Ma almeno una proposta. Dall’altra parte, invece, solo un ostinato rifiuto e la prosecuzione di una spesa che non produce benefici misurabili.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché continuare? Perché Giorgia Meloni insiste su una strada che si è dimostrata sbagliata, continuando a spendere soldi pubblici senza risultati? Difendere una narrazione? Non ammettere un errore? O semplicemente rimandare il problema sperando che passi sotto traccia?

Governare significa anche avere il coraggio di dire “abbiamo sbagliato”. Non farlo costa credibilità, ma soprattutto costa milioni di euro ai contribuenti. E quando quei soldi mancano per la sicurezza, per le scuole, per i servizi essenziali, lo spreco non è più solo un errore politico: diventa una mancanza di rispetto verso chi ogni mese paga le tasse e chiede, legittimamente, che vengano usate con buon senso.

Il modello Albania, oggi, non è una soluzione. È un simbolo. E purtroppo è il simbolo di un’Italia che spreca, mentre avrebbe un disperato bisogno di investire dove conta davvero.

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