Quando l’asse Roma-Berlino suona come una vecchia canzone stonata

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Il Patto di Polistirene: dalle promesse d’acciaio al non-paper di plastica: storia di un’alleanza che promette competitività e rischia di forgiare solo nuovi vassalli. Il nuovo accordo italo-tedesco sulla competitività europea riaccende i riflettori su una relazione storica, viziosa e asimmetrica. Tra strilli mediatici, intellettuali in panico e il rumore di fondo di un mondo che cambia, l’Europa sembra ballare sul Titanic mentre i giochi si decidono altrove.


La storia dei patti italo-tedeschi è un racconto di ossessioni, illusioni e conti che non tornano mai. Il 22 maggio 1939, il cosiddetto “Patto d’Acciaio” – battezzato così da Mussolini per enfatizzarne una solidità inesistente – impegnava Italia e Germania a una “consultazione continua” e a un’assistenza politica e militare reciproca. Un’alleanza che nel giro di quattro anni mostrò il suo vero volto: quello di un legame tra un paese ambizioso ma strutturalmente debole (l’Italia) e uno determinato a dominare, pronto a ignorare le richieste di sospensione quando conveniva (l’invasione della Polonia). L’Italia, impreparata, chiese tempo; la Germania nazista disse no. Fu il primo atto di un dramma che si concluse con l’8 settembre, il tragico armistizio unilaterale e il Paese trasformato in un campo di battaglia. I perdenti furono gli italiani, la loro sovranità e centinaia di migliaia di vite. Il vincitore, sul breve termine, fu Hitler; sul lungo, nessuno dei due.

Oggi, nel 2026, un nuovo non-paper italo-tedesco sulla competitività europea evoca inquietanti echi di quella “consultazione continua”. Il documento Meloni-Merz, che punta a rilanciare l’Europa attraverso deregolamentazione spinta e flessibilità negli aiuti di Stato, viene presentato come un motore solido. Ma a guardarlo da vicino, somiglia più a un patto di polistirene: leggero, fragile, infiammabile e destinato a essere schiacciato dalla prima pressione seria.

Gli effetti surreali di questa operazione sono già visibili nel teatrino mediatico e intellettuale. Da un lato, gli intellettuali da salotto allarmati – economisti, editorialisti, ex-commissari europei – urlano al tradimento dell’ideale europeo, alla mésalliance che frammenterà il mercato unico e ci trasformerà in vassalli. Dall’altro, gli strilloni mediatici entusiasti, spesso gli stessi che ieri inneggiavano alla sovranità nazionale, oggi celebrano questo bilaterale come un colpo di genio realista, l’unica via per un’Europa “pragmatica”. È un coro di pagliacci nani e ballerine di corte che danzano attorno a un trono vacante, quello di un’Europa senza progetto né anima.

Nel frattempo, la filosofia industriale è al lumicino. Si parla di “campioni europei” mentre si smantellano le poche grandi realtà industriali rimaste, sostituite da una finanziarizzazione deludente che produce rendita, non valore. La Germania, con la sua potenza di fuoco fiscale, potrà lanciare aiuti di Stato massicci per la difesa e l’innovazione, magari costruendo “il più forte esercito nazionale d’Europa” come ha accennato Merz. L’Italia, strozzata dal debito, otterrà in cambio… un po’ più di tempo per spendere i soldi del Pnrr. Un baratto che farebbe sorridere persino Ciano.

Mentre questo teatrino si svolge, il mondo guarda in cagnescoTrump il buffone, nel suo secondo atto, osserva con divertito disprezzo un’Europa che si indebolisce con le sue mani, perfetta per i suoi dazi e le sue richieste di “burro e cannoni”. Putin la roccia, immobile nel suo revanscismo, vede confermarsi il suo sogno: un’Europa divisa, nazionalista, incapace di una politica estera comune, dove l’asse Roma-Berlino non è un moltiplicatore di forza ma un acceleratore di frammentazione. Xi la sfinge, silenzioso e metodico, continua a tessere la sua via della seta digitale e infrastrutturale, mentre l’Europa discute se deregolamentare i tappi delle bottiglie.

Siamo in un mondo di poeti senza poesia, dove l’arte, la cultura, la visione sono state soppiantate dalla pura tecnocrazia e dal calcolo miope. L’intelligenza artificiale, invece di essere una leva per il progresso umano, viene sbranata da avventurieri in cerca di monopoli rapidi e speculazioni finanziarie. La corsa allo spazio rimane l’ultima spes per pochi miliardari e superpotenze, mentre sulla Terra il divario tra ricchi e poveri si trasforma in un abisso geografico e generazionale.

L’Europa è un insieme di opimi paesi di vecchi, anemici, a crescita zero, ossessionati dalle pensioni e dalla difesa del tenore di vita. Sono circondati da una umanità terzomondiale affamata di affermazione, più giovane, dinamica, numerosa e pronta a riempirli – con le migrazioni, con le merci, con una vitalità che qui si è spenta. L’asse Meloni-Merz non è la risposta a questa sfida esistenziale; ne è la resa. È l’accettazione di un destino da retroguardia, dove ci si aggrappa a un partenariato asimmetrico pensando di salvare la poltrona nazionale, mentre si scava la fossa al progetto comune.

Il vero Patto d’Acciaio finì nel caos e nella rovina di entrambi. Questo Patto di Polistirene rischia un fallimento più pacifico ma altrettanto devastante: quello di condannare l’Europa all’irrilevanza, trasformandola da soggetto a oggetto della storia, mentre i veri giochi si decidono altrove. Tra Washington, Mosca e Pechino, il rumore delle nostre beghe interne suona sempre più come una nenia funebre.

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