Calenda: un tamburino di latta fra i fuochi fatui

Politica

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Tra geopolitica dell’AI e finanza selvaggia, l’Italia di Calenda e Tajani sceglie il nanismo volontario


Mentre la storia accelera verso una singolarità che minaccia di smantellare il concetto stesso di Stato-Nazione, l’Italia politica sembra aver scelto la via del recesso infantile. Se la geopolitica odierna è un mostro che divora sovranità attraverso flussi finanziari invisibili e l’Intelligenza Artificiale ordisce trame silenziose capaci di hackerare il consenso e sovvertire lo status quo economico, nel Bel Paese si consuma l’ennesima recita di un teatro di quartiere. L’ultimo atto è andato in scena al Teatro Manzoni di Milano, dove un’eredità politica orfana di un “Sole” (Berlusconi) cerca una nuova orbita gravitazionale in Carlo Calenda, l’eterno fanciullo del liberalismo italico.

Oskar Matzerath e il rifiuto di crescere

Per analizzare la recente manovrina di avvicinamento tra Forza Italia e Azione, non servono i manuali di politologia, ma il capolavoro di Günter Grass: Il tamburo di latta. Il protagonista, Oskar Matzerath, decide nel giorno del suo terzo compleanno di smettere di crescere. In una Germania che scivola verso l’orrore nazista, Oskar osserva il mondo degli adulti con disprezzo e sceglie la propria deformità come forma di protesta e di difesa. Egli suona il suo tamburo per disturbare i comizi, per rompere i vetri con la voce, per restare un “piccolo” in un mondo di mostruosi “grandi”.

Carlo Calenda incarna perfettamente questa sindrome di Oskar. In un sistema politico che richiederebbe visioni sistemiche sulla crisi delle religioni tradizionali — ormai sostituite da una New Age tecnocratica che vede nella conquista dello spazio l’unica scialuppa per un pianeta sovrappopolato — Calenda preferisce restare nel suo limbo. Egli è il “tamburino” che batte ossessivamente sui principi del liberalismo da manuale, incapace di diventare “grande” attraverso una reale massa critica elettorale, ma abilissimo nel rompere le vetrine del dibattito mediatico con acuti polemici (l’ultimo contro il “cocainomane” Tommy Robinson e le sbandate di Salvini).

Il “Centro” come manicomio di Oskar

L’articolo di cronaca ci descrive una Forza Italia che, nel 32esimo anniversario della discesa in campo del Cavaliere, corteggia il leader di Azione. Tajani, con il realismo di chi sa di non poter colmare l’assenza del fondatore, cerca di “allargare i confini”. Ma in quale spazio? In un’arena dove la finanza selvaggia decide i destini delle famiglie prima ancora che i decreti ministeriali siano scritti, il dibattito si riduce alla presenza di Marta Fascina in prima fila o alle benedizioni di Paolo Berlusconi.

Proprio come Oskar che rievoca la sua vita dal letto di un manicomio, la politica italiana sembra rinchiusa in una struttura protetta, isolata dai grandi travolgimenti esterni. Fuori, l’AI potrebbe rendere obsoleti milioni di posti di lavoro e la sovrappopolazione mondiale spinge le potenze a guardare alle stelle con una ferocia coloniale mai vista. Dentro il Teatro Manzoni, invece, si discute di “asse liberal-riformista” con la stessa intensità con cui si potrebbe discutere di un cambio di arredamento in una stanza che sta per essere travolta da uno tsunami.

La capacità distruttiva della voce

Nel romanzo di Grass, la voce di Oskar ha una capacità distruttiva: rompe le finestre, dissacra le cattedrali. Calenda esercita una funzione simile. La sua presenza è fatta per interrompere il “miracolo” altrui: blocca il campo largo a sinistra, disturba il campo destro con accuse di estremismo, ma alla fine rimane solo con il suo tamburo.

L’apertura di Calenda a Forza Italia (“Se ci sarà spazio per collaborare, sarò felicissimo”) è il gesto di chi, dopo aver girovagato con il circo del Maestro Bebra (il terzo polo fallito), torna a casa sperando di trovare qualcuno che riconosca il suo ruolo di “modello per opere d’arte” politica. Ma è una politica nana, che si nutre di “manovrine” di potere rionali, mentre i giganti della geopolitica globale calpestano i confini di carta di un’Europa che non sa più se vuole essere un impero o un museo.

Conclusione: un tamburo nel vuoto

Se la New Age spaziale e l’intelligenza artificiale rappresentano la nuova religione di una finanza che ha perso ogni aggancio con il sacro e con la terra, il teatrino milanese ci restituisce l’immagine di un’Italia che ha paura di crescere. Calenda è il divo di questa prospettiva: un leader colto, precoce e paranoico quanto Oskar, che preferisce l’urlo vetricida della polemica quotidiana alla costruzione di un’alternativa che sappia parlare al futuro invece che al fantasma di Berlusconi.

Finché la politica italiana resterà sotto le “quattro gonne” della nonna Anna Bronski (la protezione di vecchi schemi novecenteschi), continuerà a suonare un tamburo di latta, mentre fuori, nel mondo reale, il rumore dei motori spaziali e dei server quantistici sta già coprendo ogni altra voce.

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