L’ora degli scalzacani

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C’era un tempo — non mitologico, ma storicamente riconoscibile — in cui la diplomazia e la politica internazionale si reggevano su un equilibrio sottile tra strategia e tattica, tra visione di lungo periodo e gestione del contingente. Era il tempo del calcolo fine, della professionalità silenziosa, dello stile come strumento di potere, dell’eleganza come linguaggio politico, della riservatezza come arma. Il savoir-faire non era un vezzo aristocratico, ma una necessità strutturale: parlare meno, pesare ogni parola, sapere che in geopolitica ciò che si dice conta quasi sempre meno di ciò che si lascia intendere.

Oggi, invece, sembra davvero essere arrivata l’ora degli scalzacani.

Saltimbanchi della comunicazione, strilloni da fiera globale, politici ridotti a influencer armati di megafono digitale, patiti dell’immagine istantanea e del risultato da cassetta. Figure che dicono una cosa e ne fanno un’altra, che cambiano linea con la stessa rapidità con cui aggiornano un post, che confondono la deterrenza con la provocazione e la leadership con l’esibizionismo. Voltagabbana strutturali, privi non solo di visione, ma persino di coerenza tattica.

Il termine scalzacane — nella sua crudezza etimologica e morale — descrive perfettamente questa degenerazione.

Lo scalzacane non è semplicemente un mediocre. È qualcosa di più corrosivo:
è colui che non sa fare, ma rumore sì.
Colui che non costruisce, ma agita.
Che non governa i processi, ma li spettacolarizza.

Nell’immagine antica di chi “tira calci ai cani” — l’unica attività che riesce a svolgere con una certa continuità — c’è tutta la povertà culturale, politica e simbolica del nostro presente internazionale. Lo scalzacane è l’uomo dell’atto inutile ma vistoso, del gesto plateale che non produce ordine ma caos, della violenza verbale come surrogato della competenza.

Ed è attraverso questo prisma che va letta l’ennesima, grottesca escalation verbale di Donald Trump contro l’Iran.

Minacce affidate non a canali diplomatici, non a comunicazioni riservate, non a segnali calibrati, ma a un social network personale. Annunci apocalittici scanditi come slogan pubblicitari: “velocità e violenza”, “armata pronta”, paragoni muscolari con il Venezuela, scadenze perentorie fissate come in una televendita geopolitica.

Non c’è strategia, qui.
C’è teatro.

Perché la vera strategia — quella autentica — non annuncia mai in pubblico ciò che intende fare. Non sbandiera le portaerei come fossero trofei da esposizione. Non trasforma la deterrenza in una narrazione da talk show. La strategia agisce nell’ombra, lascia dubbi, crea ambiguità controllata. La minaccia, quando è reale, non ha bisogno di essere urlata.

Lo scalzacane, invece, deve urlare. Sempre.

Le tre richieste americane a Teheran — stop all’arricchimento dell’uranio, limiti ai missili balistici, fine del sostegno alle milizie regionali — sono, prese singolarmente, elementi classici di qualsiasi negoziato di sicurezza. Ma diventano politicamente inconsistenti nel momento in cui vengono presentate sotto forma di ultimatum mediatico, senza alcuna architettura diplomatica credibile a sostenerle.

Ancora più significativa è l’assenza totale di ogni riferimento alla repressione interna iraniana, al massacro degli oppositori, alle proteste soffocate nel sangue. I diritti umani — agitati a parole quando utili — scompaiono quando disturbano la narrazione muscolare. Anche questo è tipico dello scalzacane: la morale a intermittenza, usata come clava retorica e poi gettata via.

Nel frattempo, mentre il presidente americano gioca alla guerra sui social, il suo stesso segretario di Stato è costretto a ricondurre il discorso su binari minimamente razionali, parlando di “mossa difensiva”, di scenari complessi, di rischi incontrollabili nel dopo-Khamenei. È la frattura evidente tra chi governa con le istituzioni e chi recita per il pubblico.

Dall’altra parte, l’Iran risponde come rispondono i regimi che si sentono con le spalle al muro: con toni di sfida, con minacce speculari, con l’annuncio che ogni attacco sarà l’inizio di una guerra regionale. Anche qui, la razionalità si assottiglia, l’imprevedibilità cresce, il rischio di errore aumenta.

Ed è questo il punto centrale.

Gli scalzacani non rendono il mondo più forte.
Lo rendono più instabile.

Perché quando la politica internazionale perde stile, perde anche controllo. Quando la diplomazia diventa rissa, l’escalation diventa più probabile. Quando il linguaggio si degrada, la violenza smette di essere ultima ratio e diventa opzione narrativa.

La geopolitica non è un’arena per strilloni. Non è una fiera di paese dove vince chi urla più forte. È un sistema fragile, costruito su equilibri imperfetti, dove l’errore di comunicazione può costare migliaia di vite.

Eppure oggi assistiamo a una trasformazione inquietante:
la competenza è noiosa,
la prudenza è debolezza,
la complessità non fa audience.

Così avanzano gli scalzacani: professionisti dappoco con enorme visibilità, leader senza profondità strategica ma con ottimo posizionamento mediatico. Figure che scambiano il potere per una performance e la storia per una timeline.

Non è solo una crisi della diplomazia.
È una crisi della cultura del potere.

E quando il potere smette di essere cultura, diventa rumore.
Quando diventa rumore, prima o poi, diventa rovina.

Questa non è semplicemente l’epoca delle tensioni globali.
È, più pericolosamente, l’epoca in cui gli scalzacani hanno preso la parola — e nessuno sembra più disposto a togliergliela di mano.

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