Geopolitica del cinismo: oltre i proclami di pace si nasconde il nuovo ordine dei padroni del mondo
Tra tregue di facciata e spartizioni territoriali, Trump, Putin e Xi ridisegnano i confini del mondo sulla pelle dei popoli, mentre il turbocapitalismo festeggia lo smaltimento dei vecchi arsenali.
L’annuncio di Donald Trump di una «settimana di tregua» in Ucraina per l’arrivo del gelo non è un atto di umanità, né il successo di una diplomazia illuminata. È, nel linguaggio nudo della realtà, una “marchetta” geopolitica. Un favore reso a Vladimir Putin per concedergli respiro tattico, mascherato da gesto presidenziale, in quel teatro dell’assurdo dove il leader della Casa Bianca alterna minacce atomiche a abbracci sul tappeto rosso di Anchorage.
Sotto la superficie delle telefonate compulsive e dei post su Truth, si sta delineando quella che possiamo definire la Nuova Yalta. Un accordo tacito, ma ferreo, tra i tre grandi poli: Trump, Putin e Xi Jinping. La logica è brutale nella sua semplicità: la guerra totale è fuori discussione perché il “pulsante rosso” farebbe saltare il tavolo (e i profitti) di tutti. Resta la spartizione delle zone di influenza, un ritorno ai blocchi dove i “grandi” decidono e i “piccoli” — come l’Ucraina di Zelensky — diventano semplici terreni di attrito.
In questo prisma, il conflitto non è un fallimento del sistema, ma una sua funzione vitale. È il turbocapitalismo sventurato che si nutre di emergenze: dopo la bolla del Covid, ecco la bolla della guerra. Le democrazie occidentali, ipnotizzate dai flussi mediatici, faticano a vedere l’ovvio: queste guerre di logoramento servono a svuotare i magazzini di armamenti obsoleti per giustificare nuove, colossali commesse industriali. È un’economia di ricambio accelerato dove il sangue umano è solo l’olio che lubrifica gli ingranaggi dei mercati.
La “marchetta” di Putin a Trump — e viceversa — risiede in questo reciproco riconoscimento di ruoli. Putin ottiene la legittimazione della sua sfera imperiale; Trump può vendere all’elettorato l’illusione del “pacificatore” senza aver mosso un dito contro gli interessi reali del complesso militare-industriale. Nel frattempo, Xi osserva da Pechino, pronto a prendersi la sua fetta di Asia mentre l’Occidente si avvita nelle giravolte di un Presidente americano che tratta i confini nazionali come asset immobiliari da svendere.
Noi, “beoti” spettatori di questo spettacolo manipolato, crediamo che tutto accada per caso, per un’ira improvvisa di Vladimir o un tweet impulsivo di Donald. Ma non c’è spazio per il caso nel consiglio di amministrazione dei padroni del mondo. La tregua del gelo è solo un intervallo pubblicitario tra un affare e l’altro. La vera guerra, quella silenziosa dei mercati e delle sfere d’influenza, non si ferma mai.














