La realtà presenta il conto: il Bari resta fragile e il rischio Serie C incombe

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© foto di SSC Bari

Il Bari si ripresentava al San Nicola con un volto diverso, almeno nello spirito. Certo, chi capisce un po’ di calcio, sa che la vittoria di Cesena inaspettata non era da considerare proverbialmente “primavera”, ma se non altro ha restituito un minimo di fiducia e quella sensazione, a lungo smarrita, di una squadra disposta a reagire, a restare dentro la partita anche nei momenti difficili. È stato il primo segnale del Bari targato Longo: non una rivoluzione, ma un cambio di atteggiamento, una voglia di combattere che prima non si vedeva.

Stasera, però, l’asticella si doveva alzare. Di fronte c’era un Palermo forte, strutturato, ambizioso, una squadra da prendere con le molle, che quando incontra il Bari storicamente diventa cecchino e che non consente distrazioni. Serviva attenzione massima, soprattutto sotto l’aspetto mentale, perché ridurre i rosanero a un solo nome sarebbe stato un errore fatale. Ma non c’è stato nulla da fare, troppo forte il Palermo, troppo debole il Bari.

Dunque solito 3-4-2-1 in campo: Cerofolini, Cistana, Pucino, Stabile, Mane, Verreth, Braunoder, Dorval, De Pieri, Rao, Moncini. Stabile la novità assoluta in mancanza di Nikolaou poi confermata la formazione corsara di Cesena. Il Palermo naturalmente al completo con Le Douraon pronto a colpire come fa sempre quando incontra il Bari, cosa puntualmente accaduta .A proposito: che sia il benvenuto nel ristretto club delle note bestie nere del Bari.

Il primo tempo scorre via come non si vedeva da tempo: vivo, acceso, finalmente pieno di ossigeno. Il Bari entra in campo senza timori reverenziali, con coraggio e una sfrontatezza che sorprende persino il pubblico. L’approccio è immediato, propositivo, fatto di corse in avanti e di uomini che provano davvero a incidere negli ultimi metri. Non è più una squadra depressa e rassegnata, ma un gruppo che accetta il rischio del gioco.

La partita si apre e si chiude continuamente su ribaltamenti di fronte. Il Palermo risponde colpo su colpo e quando accelera fa paura, perché ha qualità e soluzioni offensive superiori. In un paio di occasioni sfiora il vantaggio in modo clamoroso, dando l’impressione di poter colpire da un momento all’altro. Ma il Bari regge, soffre senza scomporsi e prova sempre a ripartire.

La novità più evidente è l’atteggiamento: c’è vitalità, c’è aggressività, c’è una voglia di giocarsela che mancava da settimane. Sulla sinistra Rao è un fattore continuo, corre, salta l’uomo, inventa, si prende responsabilità che prima sembravano vietate. A centrocampo Verreth morde le caviglie, recupera palloni, dà equilibrio. Anche quando il Palermo prende campo e costringe il Bari ad abbassarsi, non si ha mai la sensazione di una squadra passiva.

Il primo tempo resta intenso fino all’ultimo istante, con il VAR che aggiunge tensione e con qualche ingenuità inevitabile dei più giovani, figlia forse proprio di tanta energia spesa. L’unica vera nota stonata è l’uscita forzata di Rao, stremato dopo una serie di scatti ripetuti. Purtroppo il suo polpaccio non fa sconti ed è costretto ad uscire,al suo posto subentra Dikmann.

Si va all’intervallo sullo 0-0, con il Palermo più pericoloso sotto porta, ma con un Bari che ha fronteggiato a viso aperto una squadra più attrezzata. Soprattutto, con la sensazione nuova e incoraggiante di una partita finalmente viva, combattuta, degna di essere giocata.

La ripresa racconta una verità più dura, quella che prima o poi presenta il conto. Il Bari rientra in campo con lo stesso spirito del primo tempo, ma il Palermo alza i giri del motore e comincia a schiacciare la partita dentro una logica che gli appartiene. Basta una fiammata per far capire che il pericolo è costante, che basta un dettaglio fuori posto perché l’equilibrio si spezzi.

Col passare dei minuti il Bari perde brillantezza, il fiato si accorcia, le distanze si allungano. È il segnale che qualcosa sta cambiando. Il Palermo prende campo con naturalezza, come fanno le squadre forti, e il vantaggio di Le Douaron arriva quasi come una conseguenza inevitabile, figlio della pressione e della qualità superiore. È il momento in cui la partita gira davvero.

Il Bari prova a reagire più con l’orgoglio che con il gioco, affidandosi a qualche iniziativa individuale e a cambi che cercano di ridare energia e imprevedibilità. L’atteggiamento resta corretto, non c’è resa, ma manca quella scintilla capace di rimettere in discussione la gara. E quando il Palermo colpisce di nuovo, sfruttando l’unica vera occasione concessa al Pohjampalo, la sensazione è quella di un colpo che spegne definitivamente le speranze.

Da lì in poi la partita scivola lentamente verso il suo epilogo. Il Palermo gestisce, raffredda il ritmo, controlla senza affanni, mentre il Bari fatica a trovare peso offensivo anche con forze fresche in campo. Il terzo gol arriva su rigore come una sentenza definitiva, pesante nel punteggio ma coerente con i valori tecnici emersi.

Il risultato è severo, forse più di quanto racconti lo spirito messo in campo, ma non è ingiusto. Il Palermo vince con merito, il Bari esce sconfitto con la consapevolezza di aver fatto intravedere qualcosa, ma anche con la certezza che il cammino resta quello di una salvezza tutta da conquistare. Cesena non aveva illuso: aveva solo restituito l’anima. E per restare in questa categoria, almeno quell’anima dovrà bastare, ogni domenica.

I segnali caratteriali ci sono e non vanno negati: la squadra è più viva, aggredisce, prova a stare dentro la partita. Ma i limiti strutturali restano intatti. Longo non è un mago e non può fare miracoli con una rosa incompleta e fragile. Pensare di salvarsi affidandosi ai soli giovani De Pieri, Stabile, Cavuoti e Cuni è illusorio. Servono uomini esperti, di peso, in tutti i reparti, perché la tenuta difensiva continua a scricchiolare e davanti manca chi sappia davvero fare la differenza.

Il primo tempo aveva mostrato un Bari volitivo, senza mai illudere fino in fondo, anche perché le occasioni del Palermo erano state comunque numerose. Nel secondo, però, la distanza tra le due squadre è apparsa evidente: un Bari troppo piccolo per impensierire una formazione di quel livello. I nuovi entrati non sono giudicabili, calati com’erano in una gara già compromessa, ma la sensazione è che da soli non possano spostare gli equilibri.

Ora arriva un trittico di partite alla portata, forse l’ultima vera occasione. Se non si faranno punti lì, il rischio Serie C diventerà concreto. Il mercato dovrebbe colmare lacune evidenti, ma il tempo stringe e l’impressione è che si stia rincorrendo l’emergenza, mentre le altre si sono mosse per tempo. I danni di una campagna acquisti estiva disastrosa restano tutti sul campo.

Longo ha dato l’impronta giusta sul piano caratteriale e questo era indispensabile. Lo spirito per lottare c’è, ma senza rinforzi veri la salvezza rischia di restare un’idea più che un obiettivo concreto, soprattutto con un attacco che continua a sembrare insufficiente. Il Bari può perdere, ma non può essere surclassato così: per storia e blasone non è inferiore al Palermo. E oltre alla paura di retrocedere è anche questo, forse, l’aspetto che più di tutti pesa su una tifoseria già fin troppo umiliata.

Massimo Longo

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