IVREA Il Carnevale; domenica 8 febbraio 2026, un simbolo di Libertà che si
rinnova nel tempo.
La Rivoluzione Francese passò come un soffio rinnovatore su tutta la vita italiana. La Libertà ch’essa recava sulle ali
vermiglie fu salutata con ingenua gioia dalle genti che si svegliavano dal lungo incubo feudale. L’idea della libertà si
accompagnava nelle loro menti all’immagine delle cose più gioconde. Libertà e primavera erano sinonimi. Si piantava in
tutte le piazza l’albero della libertà. Ora, per esprimere la propria gioia, Ivrea non ebbe bisogno di inventar nuove feste:
le bastò rinfrescare l’antica festa. Che cosa simboleggiava la Mugnaia e il Generale se non la Libertà protetta dalla
Forza? Che cosa era la fagiuolata se non una festa di uguaglianza e di fratellanza? Che cosa era lo scarlo se non un fuoco
di gioia? E cosa importava che i pifferai recassero negli abiti un odore acre di incenso e di cero e che gli abbàs (priori)
sentissero di sagrestia? Il Carnevale riassumeva in sé tutte le più liete e più diverse costumanze del popolo, ciascuna
delle quali segnava come una tappa nella storia paesana. Sarebbe dunque bastato fissarne bene il carattere originario e
svilupparlo; comporre attorno alla manifestazione centrale, in rigorosa unità, le manifestazioni aggiunte, e passar su
tutto una bella mano di scarlatto: il colore del tempo. E così fu. Alla Mugnaia venne imposto il berretto frigio; di cui
anche oggi per tre giorni si fregiano tutti gli Eporediesi (e guai al malcapitato che non si uniforma alla legge comune); al
Generale e ai pifferai venne imposta la divisa repubblicana; agli abbas si ordinò di recar confitta sulla punta dello
spadino un’arancia – la testa mozza del tiranno -; delle fascine di erica odorosa accatastate sulle piazze si vestì un palo e
lo scarlo fu l’associazione del fuoco di gioia con l’albero della libertà!
E’ così? Non è così… dicevate di sì o di no, o bei papaveri che, per tre giorni, vedo ondeggiare per le strade e per le
piazze di Ivrea?… Che importa? Siamo in tema di leggenda, diavolo! Una cosa è certa. Che tutte le tradizioni gloriose,
tutte le belle leggende, tutte le costumanze pittoresche di Ivrea si riassumono in una festa gioconda e però il Carnevale
è ancor vivo nella bella città bagnata dalla Dora, e squillante di risate e rombante di proiettili e sonoro di canti e arguto
di frizzi. I popoli hanno bisogno di veder riassunta la propria storia in un monumento, o di rifare di tanto in tanto la
propria unità in una cerimonia collettiva nella quale si diano convegno tutte le età, tutte le generazioni, tutte le tristezze
e tutte le glorie passate e presenti. Da questa partecipazione di un attimo o da questa fusione da un’ora a tre giorni,
ciascuno esce poi come rinnovato, come più forte e più degno della collettività.
Proponete ai Romani di abbattere il Campidoglio; ai genovesi di radere al suolo San Giorgio; ai Fiorentini di demolire
Palazzo Vecchio; proponete ai senesi di abolire il Palio; proponete agli spagnoli di rinunciare alla corrida e agli Eporediesi
di abolire il carnevale! Lo sò: i savi spagnoli protestano contro le corridas e sono forse cent’anni che gli eporediesi adulti
mormorano che il carnevale "non è più quello di una volta". Ma la corrida come il palio, come il carnevale affidano la
propria continuità alla giovinezza di cui sono formate le contrade e i rioni, che è indubbiamente eterna e vivono nel
tempo.
La battaglia vive le sue regole cavalleresche mai scritte, sebbene condivise da tutti i partecipanti, mantenendo il
confronto sul livello di una sfida sportiva nella quale si termina ad armi pari, sancita da una stretta di mano con
quell’avversario immaginario che ben evidenza il simbolo di quella libertà conquistata nel tempo, a mantenere vivo quel
patrimonio culturale che ad Ivrea è sempre vivo e continuerà a vivere anno dopo anno con il Carnevale!
Fabrizio Canali










