Perché nello sport non puoi difenderti.
Esiste un equivoco diffuso e pericoloso: che la giustizia sportiva , in quanto è “autonoma” può
legittimamente operare al di fuori dei principi costituzionali. Non è così, eppure nella pratica è
esattamente ciò che accade!
La Costituzione italiana tutela i diritti fondamentali che incidono sulla vita di una persona. Il diritto di
difesa, il giusto processo, la possibilità di reagire ad una ingiustizia non sono concessioni, ma
diritti inviolabili della persona. L’Art. 24 della Costituzione è inequivocabile: “tutti possono agire
in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi. La difesa è un diritto inviolabile in ogni
stato e grado del procedimento”. L’Art.111 rafforza questo presidio, imponendo che un processo
sia equo, fondato sul contraddittorio, sulla parità delle parti e sulla imparzialità del giudice.
Eppure, nel sistema della giustizia sportiva, questi principi vengono frequentemente “derogati”.
Sono le federazioni che dettano le regole, istituiscono i procedimenti, giudicano e sanzionano.
Peccato però che nella sostanza nessuno controlla il loro operato.
Le federazioni in realtà sono tenute a rispettare i principi costituzionali quando esercitano un
potere disciplinare che incide profondamente su diritti personali, professionali ed economici dei
tesserati. Squalifiche, sospensioni, sanzioni pecuniare, non sono meri atti interni: sono
provvedimenti che possono distruggere la carriera, la reputazione delle persone. Certo è che se
nessuno vigila, e se i giudici, che vengono nominati su indicazione dei presidenti federali, non
rispondono a nessuno, se non esiste la parità delle parti, e il diritto di difesa viene abilmente
calpestato, e se non esiste la possibilità di adire le vie della giustizia ordinaria per ottenere
giustizia, ci si trova di fronte ad un sistema che viola palesemente la Costituzione. Ma la criticità
più grave riguarda l’accesso alla giustizia statale. E’ il vincolo della cosidetta clausola
compromissoria che di fatto impedisce al tesserato di rivolgersi alla giustizia ordinaria per
contestare una decisione della propria federazione pena la possibilità di essere radiato. E questo
sarebbe un sistema degno di chiamarsi sportivo? Questo meccanismo perverso produce un effetto
intimidatorio evidente. Il diritto di agire in giudizio, che la Costituzione qualifica come inviolabile,
viene di fatto subordinato alla minaccia di esclusione definitiva dal mondo sportivo. E’ una
coercizione indiretta.
Questo squilibrio di potere è il terreno ideale per gli abusi: procedimenti disciplinari usati come
strumenti per fare fuori persone scomode, come strumenti di pressione, sanzioni sproporzionate,
interpretazioni arbitrarie delle norme, ritorsioni mascherate da atti di giustizia. L’autonomia sportiva
non può trasformarsi in una zona franca dal diritto. Nessun ordinamento, nemmeno quello sportivo
può collocarsi al di sopra della Costituzione. Qui non si tratta di un problema tecnico , ma di un
problema di legalità!!
Difendere i diritti costituzionali nello sport ovviamente non significa attaccare lo sport, significa
salvarne la credibilità, l’immagine e la bellezza dei suoi valori.
Difendere la Costituzione nello sport non è battaglia contro qualcuno, ma un atto di fedeltà verso
ciò che lo sport dovrebbe essere. Io ci credo e continuerò a lottare, insieme a molte altre persone
vittima di questo sistema, finchè le cose non cambieranno, convinta che difendere i diritti nello
sport significa difendere l’interesse di tutti. W lo sport pulito!!!!
Clara Campese















