Quando l’estate diventa soglia e l’addio prende la forma di un canto sommesso
Ci sono poesie che non raccontano una stagione, ma il momento esatto in cui una stagione finisce dentro di noi. I Giorni dell’Estate di Antonio Muciaccio si muove in questo spazio fragile, quello dell’addio che non fa rumore, della luce che si ritira lasciando dietro di sé campi senza sole, parole senza ali, attese che si spengono.
È una poesia di passaggio, dove l’estate non è solo tempo che scorre, ma soglia emotiva, e il commiato diventa canto sommesso, fatto di ricordi acerbi, nubi in transito, sogni portati via dal vento.
I Giorni dell’Estate
di Antonio Muciaccio
Ti fanno bella
i giorni dell’estate…
Ancora un poco fammi compagnia;
mira come grigio è il cielo
or che è giunta l’ora di partire.
Dolente è la voce dell’addio
intorno vedo campi
senza sole
palpiti e parole si confondono
e vagano nubi
rondini e ricordi
acerbi di struggente canto…
Triste è il tramonto
al vento son caduti gli aquiloni
morte son le stagioni
e le attese dell’amore,
non hanno più ali le parole,
ti porti via un sogno
e una speranza.
In I Giorni dell’Estate la poesia non trattiene ciò che se ne va, lo accompagna.
Accetta la fine come parte del cammino, lascia che il vento porti via sogni e speranze senza negarli, senza gridare.
Resta così una scrittura che non cerca consolazioni facili, ma riconosce nella perdita una forma di verità, e nel silenzio che segue, un nuovo spazio da abitare.
Ruoli della rubrica
Rubrica “L’Isola di Gary – EcoCultura” a cura di: Maria Pia Latorre eSandro Marano
Testo: Antonio Muciaccio
Coordinamento editoriale: Marilù Murra
Appuntamento ogni martedì su Il Corriere Nazionale
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