Ieri sera il Teatro Team di Bari aveva un respiro diverso. Non era soltanto una platea gremita: era un silenzio attento, quasi devoto, quello che precede le grandi evocazioni. The Music of Ennio Morricone dell’Orchestra “Lords of the Sound” non è stato un semplice concerto, ma un attraversamento profondo di immagini, memorie, cinema e musica che continuano a parlarsi senza bisogno di parole.
Fin dall’ingresso dell’orchestra, la sensazione era chiara: la serata chiedeva ascolto vero. Il direttore d’orchestra, accolto da un applauso composto ma partecipe, ha subito imposto una cifra di misura ed equilibrio. Niente enfasi gratuita, niente effetti cercati: tempi distesi, controllo assoluto delle dinamiche, rispetto quasi reverenziale per una materia sonora che non ammette superficialità. Un gesto sobrio, preciso, come a dire che sarebbe stata la musica – e solo la musica – a guidare il racconto. E il racconto è iniziato.
Le prime note hanno disegnato nello spazio del teatro quelle atmosfere che appartengono ormai alla memoria collettiva. Le melodie di C’era una volta in America hanno avvolto la sala con quella malinconia sospesa che sa di tempo perduto e di destini mancati; Nuovo Cinema Paradiso è arrivato come una carezza condivisa, capace di sciogliere il pubblico in un sentimento comune di nostalgia e gratitudine.
Con Mission l’orchestra ha mostrato tutta la sua potenza evocativa: archi solenni e profondi, fiati intensi ma mai invadenti, il coro che sembrava emergere da un luogo remoto, quasi sacro. E poi l’epica pura di C’era una volta il West, con quelle pause cariche di tensione e quei temi che non hanno bisogno di presentazioni: bastano poche note e il cinema prende forma da solo, nella mente di ciascuno.
La finezza musicale è stata la vera cifra della serata. I fiati impeccabili per intonazione e colore, capaci di passare dallo squillo eroico al sussurro malinconico; il pianoforte, discreto ma essenziale, vero filo invisibile che teneva insieme i momenti più lirici; i violini, anima emotiva dell’orchestra, sempre pronti a vibrare tra dramma e dolcezza. Tutto era perfettamente assemblato in un’unica atmosfera, compatta e avvolgente, dove la bravura dei singoli non diventava mai esibizione, ma parte di un disegno collettivo.
A più riprese si aveva la sensazione che Ennio Morricone fosse lì, presente in modo invisibile, ad ascoltare con la sua leggendaria attenzione ogni equilibrio, ogni sfumatura, ogni respiro dell’orchestra. Anche le immagini proiettate sul led wall non hanno mai rubato spazio alla musica, ma l’hanno accompagnata con misura, amplificando l’effetto immersivo senza scivolare nella didascalia.
Il vertice emotivo è arrivato nel finale, con Nicola and Bart, colonna sonora del film Sacco e Vanzetti, dedicato ai due anarchici italiani condannati a morte negli Stati Uniti nei primi anni del Novecento. Un brano che non è soltanto musica, ma memoria civile, dolore, dignità. Reso celebre anche dall’interpretazione intensa e militante di Joan Baez, è uno dei vertici più alti e laceranti dell’opera morriconiana.
Affidato a due vocalist, il tema ha letteralmente sospeso il tempo. Le voci, pure e controllate, si sono intrecciate sopra l’orchestra senza parole, come un lamento antico e universale. In sala si percepiva un silenzio diverso, carico, quasi commosso: non il silenzio dell’attesa, ma quello dell’ascolto profondo, quando nessuno osa muoversi per timore di spezzare l’incanto. In quell’istante la musica ha smesso di raccontare un film ed è diventata storia, ferita aperta, coscienza collettiva.
Quando l’ultimo accordo si è spento, non c’è stato subito l’applauso. C’è stato un attimo di sospensione, di rispetto. Poi il teatro è esploso in un battito lungo, convinto, profondamente sentito.
Un ringraziamento corale per una serata in cui la musica non si è limitata a intrattenere, ma ha ricordato a tutti perché le note di Morricone non appartengono al passato: continuano, ostinatamente, a parlare al presente.
Massimo Longo















