Nel Giorno del Ricordo: quando la memoria è un dovere, non una bandiera
Trieste – Una cosa che torna puntuale ogni 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo. E non è solo la commemorazione — doverosa, sacrosanta — delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. È anche un’altra, più amara: la sensazione che, ancora oggi, questa pagina di storia venga trattata come un oggetto fragile, da maneggiare con troppa cautela, quasi fosse ancora scomoda da nominare.
Eppure, la storia non è fatta per essere comoda. La storia serve a capire, a fare i conti, a riconoscere. E se c’è un verbo che dovrebbe guidare questa giornata è proprio questo: riconoscere.
Riconoscere che uomini e donne — spesso persone comuni, famiglie intere — furono travolti dalla violenza feroce e spietata che colpì l’area dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Riconoscere che ci fu un esodo gigantesco, una fuga forzata di centinaia di migliaia di italiani che lasciarono case, vite, radici, per diventare “stranieri” altrove, spesso accolti con freddezza, quando non con sospetto.
E riconoscere anche che per decenni, oltre alla violenza, ci fu un secondo colpo: il silenzio.
Il silenzio non è neutralità
Non bisogna girarci troppo intorno: la rimozione di questa tragedia non è stata un incidente della memoria. È stata una scelta, più o meno esplicita, figlia di equilibri politici e ideologici del dopoguerra. La Jugoslavia di Tito era un interlocutore internazionale, e in Italia la guerra civile aveva lasciato cicatrici profonde. Parlare delle foibe significava toccare nervi scoperti, incrinare narrazioni rassicuranti, rompere schieramenti.
Così, molte vittime sono state trattate come se appartenessero alla categoria sbagliata.
E questo è uno dei punti più insopportabili: la memoria non può essere selettiva. Non può funzionare a seconda di chi “conviene” ricordare.
Perché il dolore non ha colore politico. E i morti non dovrebbero mai diventare strumenti.
Non è una gara tra tragedie
Ogni anno si ripresenta la stessa obiezione, detta apertamente o insinuata: “Sì, però…”. Sì, però gli italiani avevano fatto questo. Sì, però il fascismo aveva fatto quello. Sì, però c’era stata l’occupazione, c’erano stati crimini, c’era stata repressione.
Tutto vero. Ma c’è una cosa che dovrebbe essere altrettanto chiara: nessuna di queste verità cancella le altre.
Dire che le foibe sono state una tragedia non significa assolvere il fascismo. E ricordare l’esodo non significa negare le colpe italiane nei Balcani. Il punto è un altro: la storia non si racconta con il bilancino, come se fosse una contabilità del male.
Non esiste una “compensazione” morale.
La violenza contro civili, le esecuzioni sommarie, le sparizioni, il terrore sistematico — qualunque sia la bandiera che lo accompagna — restano ciò che sono: crimini.
E se la memoria serve a qualcosa, serve proprio a evitare che l’ideologia diventi un alibi.
Un’Italia che ha lasciato soli i suoi esuli
C’è un dettaglio che spesso viene dimenticato, ma che per me pesa come un macigno: l’Italia non ha soltanto taciuto. In molti casi ha anche abbandonato.
Gli esuli giuliano-dalmati arrivarono in una patria che non li aspettava davvero. Furono parcheggiati nei campi profughi, in condizioni dure, spesso trattati come un problema, non come cittadini che avevano perso tutto. E per molti di loro il dolore non fu solo quello di lasciare la propria terra, ma anche quello di sentirsi estranei in casa propria.
È una ferita che non si rimargina con una cerimonia una volta l’anno.
Si rimargina con la cultura, con la scuola, con la consapevolezza collettiva. Con la capacità, soprattutto, di raccontare queste vicende senza filtri e senza paura.
Il coraggio di dire “totalitarismo” senza tremare
C’è un’altra parola che per troppo tempo è stata pronunciata a bassa voce, quasi fosse imbarazzante: totalitarismo.
Nel Giorno del Ricordo dovremmo avere la lucidità di dire che la violenza titina non fu un incidente casuale, ma una forma di potere che si nutriva anche di epurazione, intimidazione, cancellazione identitaria. Non si trattò soltanto di vendetta. In molti casi fu un progetto politico: eliminare oppositori reali o presunti, riscrivere la composizione etnica e culturale di un territorio, spezzare una presenza.
E qui sta il punto: ogni totalitarismo funziona così. Non solo uccide. Prima ancora, decide chi ha diritto di esistere e chi no. Decide chi merita una storia e chi merita un buco nero.
Ricordare non significa odiare
C’è chi teme che ricordare le foibe alimenti rancore. È un rischio reale, ma non è una ragione per tacere. È, semmai, una ragione per ricordare meglio.
Ricordare non significa trasformare il dolore in vendetta. Significa riconoscere la sofferenza, darle un nome, restituirle dignità. E soprattutto significa impedire che venga piegata per alimentare nuovi nazionalismi, nuove semplificazioni, nuove guerre di memoria.
Perché sì: la memoria può essere un ponte, ma può diventare anche una clava.
E questo non deve accadere.
Io credo che l’Italia, su questo tema, sia ancora in cerca di una memoria adulta.
Una memoria che non abbia bisogno di negare altre tragedie per esistere. Una memoria che non viva solo di contrapposizioni. Una memoria che non si attivi per appartenenza, ma per coscienza.
Perché il Giorno del Ricordo non dovrebbe essere una giornata “di destra” o “di sinistra”. Dovrebbe essere una giornata italiana. E basta.
Una giornata in cui guardiamo in faccia una verità semplice e insieme durissima: che ci sono stati italiani uccisi e scomparsi in modo atroce, e italiani costretti a fuggire, e che per decenni quella storia è stata minimizzata, rimossa, quasi derubricata a fastidio.
E questo, a prescindere dalle cause storiche, non è accettabile.
Perché ricordare serve oggi
Ricordare serve perché oggi viviamo in un’epoca in cui la propaganda torna a sedurre. In cui l’idea di “nemico interno” torna ad affacciarsi. In cui la violenza politica viene di nuovo romanticizzata da qualcuno, come se fosse una scorciatoia eroica.
Il Giorno del Ricordo ci dice che nessuna scorciatoia lo è davvero.
Che quando l’ideologia prende il posto dell’umanità, le conseguenze sono sempre le stesse: morti, fughe, silenzi, ferite che durano generazioni.
E allora sì, ricordare è un dovere. Ma non un dovere rituale.
Un dovere civile.
Un dovere che ci obbliga a dire una frase che dovrebbe essere banale, e invece ancora oggi non lo è: non esistono morti di serie A e morti di serie B.
E la storia va raccontata tutta. Anche quando fa male. Anche quando è scomoda.
Soprattutto quando è scomoda.














