Al referendum tra veleni e risse

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Uno sguardo critico sulla riforma della giustizia e le sue implicazioni

Ci siamo, il dado è tratto: sulla strada del referendum è emersa la verità e ci è voluto Nordio, che forse è il più animato di tutti a voler politicizzare lo scontro usando un linguaggio velenoso. La rissa con Gratteri ha occupato la settimana scorsa e continua con le bordate del guardasigilli all’ANM, ultima bordata sui conti del comitato per il NO.

Ma la storia parte, a nostro avviso, da quella ostilità verso la magistratura che affonda le sue radici nel berlusconismo. Ora siamo alla vendetta servita su un piatto freddo, come si suol dire. Difatti, i promotori della riforma della giustizia mostrano una scarsa opinione della professionalità e dell’indipendenza dei magistrati.

Sarebbe dunque in questo atteggiamento negativo e ostile nei confronti dell’ordine della magistratura il motivo indicibile che ha spinto il governo a proporre, e il parlamento ad approvare, questa riforma costituzionale segnata da troppe contraddizioni e da scelte irragionevoli. Del resto, nei dibattiti emerge che è scarsissimo il dato delle punizioni del CSM attuale, quasi a voler dire che bisogna “bastonare” di più. E nella semplificazione di Nordio, un giudice si giudica per quante condanne infligge. Ma che giustizia è questa?

Chi ha studiato le fondamenta della filosofia del diritto sa che siamo finiti nell’aberrazione. Una giustizia così è contro i cittadini, è giustizialismo di Stato.

La CEI, attraverso mons. Savino, afferma: «La Costituzione non è un vessillo da sventolare nella stagione referendaria, ma il patto di convivenza che ci tiene insieme quando tutto rischia di sfilacciarsi. È la soglia comune che protegge soprattutto chi ha meno risorse, meno voce, meno strumenti: i poveri, i fragili, i meno garantiti. Quando l’accesso alla giustizia è difficile, lento o diseguale, a pagare il prezzo più alto non sono i più tutelati, ma chi non ha “reti” né potere contrattuale.»

Con la riforma si vuole depotenziare il CSM come effetto combinato di sdoppiamento, sorteggio e sottrazione della funzione disciplinare. Questa è la vera posta in gioco. Si supera la riforma Cartabia del 2022 che prevedeva la possibilità di passare da giudice a pubblico ministero (o viceversa) soltanto una volta nella vita e soltanto entro i primi nove anni di attività. Nei fatti, negli ultimi anni, i magistrati che hanno cambiato funzione sono tre su mille ogni anno.

Nella riforma proposta dal Governo le carriere sono separate a partire dal concorso. Ognuna col proprio CSM che però, di fatto, non decide quasi nulla. L’idea, qualcuno già lo teorizza, è di avere un PM più libero e anche più “cattivo”, separato dalla funzione giudicante: il super poliziotto o super avvocato come siamo soliti vedere nei film americani.

Ecco, per capire come funziona il sistema oltreoceano, basta un film su HBO con John Turturro che mostra cosa sono i Prosecutor: pubblici ministeri che dirigono le indagini, rappresentano lo Stato e guidano l’accusa, a differenza del sistema italiano dove sono magistrati. In genere si tratta di studi professionali molto dotati e imponenti. La vicenda di quel film vede un ragazzo che si trova, suo malgrado, in una situazione brutta dove avviene un omicidio di notte e lui non ne sa nulla. Immaginate la difficoltà di una famiglia musulmana, modesta, che deve ipotecare casa e lavoro per pagare un avvocato e affrontare quel procuratore che vuole solo condannare, perché quello è il suo scopo.

Invece, nel nostro paese, il PM che di fronte a una notizia di reato per legge ha l’obbligo di compiere non solo le indagini necessarie per l’esercizio dell’azione penale, ma anche di svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini. Non ha il determinismo dell’accusa, ma soprattutto la ricerca della verità processuale. Una giustizia che, con tutti i suoi limiti, è più vicina ai cittadini e non mostra quell’aggressività imponente dello Stato. È la nostra Costituzione.

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