Il Giappone e il paradosso della “Virago”

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l’anacoresi imperfetta di Sanae Takaichi

La prima donna premier del Sol Levante trionfa alle urne, ma la sua postura da “amazzone” della Guerra Fredda rivela una strategia fragile, erede di una sconfitta storica e di un presente industriale morente, mentre sogna un gesto estremo che non osa compiere.

Il tempo delle ridefinizioni

C’è una parola antica, quasi dimenticata nei dizionari della politica contemporanea, che meglio di ogni altra descrive il Giappone che emerge dalle urne di febbraio: anacoresi. Il termine indica la scelta di un ritiro dal mondo, un’estraniazione ascetica che, traslata dal deserto dei primi monaci alla geopolitica del Sol Levante, si trasforma in una difesa ostinata della propria identità, in un ripiegamento difensivo dietro le trincee della tradizione dopo decenni di espansione prima militare e poi commerciale. È in questo prisma interpretativo, composto da frammenti di una cultura millenaria e di una sconfitta moderna, che dobbiamo incastonare la figura della nuova e trionfante premier, Sanae Takaichi, per comprenderne la natura profonda, al di là dei proclami e delle paragoni con la “Lady di Ferro” britannica.

Il prisma è complesso e va decostruito nei suoi singoli sostantivi per cogliere la luce che rifrange. Il kamikaze non è solo il pilota suicida della seconda guerra mondiale, ma l’incarnazione di una dedizione assoluta, di un onore che si compie nell’annullamento di sé per l’imperatore e per la nazione, un gesto estremo di fedeltà che travalica la vita. Il samurai rappresenta il coraggio disciplinato, la virtù del guerriero che vive secondo il bushido, la “via del guerriero”, dove la rettitudine e il coraggio sono armi quotidiane. La geisha, lontana dagli stereotipi occidentali, è l’artista della somministrazione della grazia; la sua fedeltà non è all’uomo che occasionalmente intrattiene, ma alla sua arte, alla tradizione, alla capacità di creare un’esperienza estetica perfetta e apparentemente immutabile. L’harakiri (o seppuku) è il suicidio rituale non come atto di disperazione, ma come estremo atto di volontà e di responsabilità, il modo in cui un guerriero lavera il proprio onore o protesta contro un’ingiustizia. Yukio Mishima, infine, è lo scrittore che ha vissuto e morto questo paradosso: nazionalista e modernista, tradizionalista e occidentalizzato, che nel 1970 tentò un incruento colpo di stato per risvegliare l’anima guerriera del Giappone e, fallito, si tolse la vita con il seppuku, diventando l’icona tragica di un’anacoresi portata alle estreme conseguenze.

Maschera di contraddizioni

Applicando questo prisma alla vittoria di Sanae Takaichi, l’immagine che ne deriva è quella di una leader che di questi archetipi indossa la maschera senza possederne la sostanza. La sua postura, volutamente mascolina e decisa, è quella dell'”amazzone” . Ma se l’amazzone nella mitologia è una guerriera autonoma e fiera, Takaichi è una guerriera segnata da una duplice, ancestrale sconfitta: è la “nipote della sconfitta nella seconda guerra mondiale”, ancora afflitta dai fantasmi di Hiroshima e Nagasaki, che rendono la sua nazione, nonostante le apparenze, una potenza pacifista per costituzione oltre che per vocazione . Ed è, al contempo, “figlia della sconfitta dell’impero industriale”, erede di un Giappone che ha perso la supremazia tecnologica e commerciale contro la Cina, e che ora si prepara a una “eventuale prossima ventura sconfitta” con Pechino.

È qui che si manifesta il paradosso della sua anacoresi. Takaichi promette un ritorno alla grandezza del Giappone, un rifugio nella sua identità più profonda. La sua popolarità, specialmente tra i giovani, nasce da questa promessa di riscatto identitario . Eppure, a ben guardare, la leader non ha il “senso dell’onore del kamikaze”: non è pronta al sacrificio totale per una causa, ma piuttosto alla gestione del potere. Manca del “coraggio del samurai”, quello che affronta il nemico a viso aperto, preferendo la tattica serpentina. Sotto sotto, “disdegna l’harakiri”: il suo istinto non è quello di immolarsi per un ideale, ma di sopravvivere e vincere le elezioni, come ha fatto in modo trionfale . E forse, in cuor suo, invidia Yukio Mishima, perché comprende che la sua stessa esistenza di donna di potere in un sistema patriarcale  è una contraddizione vivente che il grande scrittore avrebbe forse disprezzato: un conservatorismo che non osa essere tragico, ma si accontenta di essere efficiente.

Tattiche di sopravvivenza

La sua tattica, allora, non è quella dell’aquila imperiale, ma quella della “biscia che su un terreno assolato dà la caccia ai rospi”. L’immagine è cruda ma efficace. Il Giappone di Takaichi è un rettile che si muove strisciando su un terreno internazionale reso incandescente dalle tensioni tra USA e Cina . I “rospi” sono le prede facili, le crisi da cavalcare, i consensi interni da raccogliere con misure populiste come la riduzione dell’Iva . Ma la sua vera arma, la “lunga lingua appiccicosa di saliva”, è una strategia ambigua che tenta di attrarre a sé ciò che serve – investimenti, tecnologia, alleanze – senza una visione chiara. Da un lato, corteggia Donald Trump e promette un riarmo senza precedenti ; dall’altro, sfida Pechino su Taiwan con dichiarazioni bellicose che rischiano di isolare Tokyo e che hanno già scatenato ritorsioni economiche . È una strategia che tradisce la postura da “virago” – la donna che combatte come un uomo – ma che nella sostanza è timida, reattiva, priva di quella profondità strategica che richiederebbe una vera anacoresi, un vero e consapevole ritiro per riorganizzare le forze.

In definitiva, il trionfo di Sanae Takaichi non è quello di un samurai che riconquista il suo onore, ma di un politico abile che capitalizza il malcontento. La sua anacoresi del sol levante è una ritirata strategica verso un passato idealizzato, ma senza il coraggio del gesto estremo. È la fotografia di un Giappone che si scopre potenza media, incerta se essere l’ancora più fedele degli Stati Uniti o se tentare una difficile trattativa con il proprio passato e con il proprio ingombrante vicino cinese. E mentre la premier sogna forse, nell’intimo, la purezza del gesto di Mishima, la sua realtà è quella di una biscia che continua a dar la caccia ai rospi in un campo minato, sperando che la sua lingua appiccicosa sia sufficiente a catturare l’ultima mosca prima dell’inverno.

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