di Lucia Abbatantuono
L’Indice di Percezione della Corruzione (CPI in lingua originale: Corruption Perception Index) è oggi il principale indicatore globale della corruzione nel settore pubblico, nonché il più accreditato. L’idea di controllare l’andamento della percezione sociale della corruzione nasce nel 1995 grazie al lavoro costante di un’organizzazione indipendente, non governativa e senza scopo di lucro: Transparency International, che oggi coinvolge oltre 100 istituzioni e ha la propria segreteria a Berlino.
Come funziona la ricerca? L’Indice assegna un punteggio a 182 Paesi e territori di tutto il mondo in base a come i cittadini percepiscono la corruzione nel settore pubblico, utilizzando dati provenienti da 13 fonti esterne. Il risultato finale è determinato in base a una scala che va da 0 (il più alto livello di corruzione percepita) a 100 (il livello più basso di corruzione percepita). Il più recente risultato del sondaggio è stato pubblicato a dicembre scorso, con i dati raccolti lungo tutto il 2025.
Cosa riporta, quindi, l’ultimo CPI? Non buone notizie: a livello globale la corruzione sta peggiorando, con un aumento dei fenomeni corruttivi anche nelle democrazie già consolidate. La maggior parte dei Paesi non riesce a tenere sotto controllo la corruzione: oltre due terzi – esattamente 122 su 182 – hanno perfino un punteggio inferiore a 50, che indica la media “tollerabile”.
E, purtroppo, le cose non vanno bene neanche per noi: l’Italia registra un nuovo arretramento. Nell’Indice di Percezione della Corruzione 2025 italiano il punteggio scende a 53, uno in meno rispetto a quello registrato nel 2024, quando si era già interrotta la traiettoria di miglioramento avviata nel 2012. Fu proprio a partire da quell’anno, infatti, che il nostro Paese scelse di puntare con fermezza sulla lotta alla corruzione, introducendo norme e strumenti mirati ad anticipare i rischi e rafforzare la trasparenza nella pubblica amministrazione. Ma poi qualcosa si è arenato.
Secondo Transparency International il sistema nazionale di prevenzione della corruzione risente chiaramente dell’indebolimento di alcune misure ritenute strategiche. Tra queste pesa la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, scelta fatta nel 2025 da Italia e Germania, che si sono opposte all’inserimento di questo reato tra quelli perseguibili a livello europeo nell’ambito della Direttiva anticorruzione. E Transparency International Italia, la branca nostrana dell’organizzazione, segnala altre criticità strutturali: manca una legge organica sul fenomeno del lobbying, e la proposta approvata alla Camera a gennaio scorso appare incompleta a molti giuristi, nonostante adesso sia in attesa dell’esame al Senato. E restano irrisolti anche i problemi collegati da una parte a una regolamentazione omogenea sul conflitto di interessi, e dall’altra alla sospensione del Registro dei titolari effettivi, elementi che incidono entrambi direttamente sull’integrità pubblica e sull’efficacia delle misure antiriciclaggio.
Volgendo lo sguardo all’orizzonte internazionale, il quadro non è certo più rassicurante. Infatti, i dati del CPI 2025 mostrano che anche le democrazie, sistemi tradizionalmente più efficaci nella lotta alla corruzione rispetto alle autocrazie o ai sistemi ibridi, stanno registrando un deterioramento delle performance. Il peggioramento riguarda Stati Uniti, Canada e Nuova Zelanda, ma anche molte realtà europee, tra cui Regno Unito, Francia e Svezia. Negli ultimi dieci anni, tanto in Europa occidentale quanto nella stessa Unione Europea, ben tredici Paesi hanno segnato un peggioramento significativo, e solo sette sono riusciti a migliorare i propri risultati.
A preoccupare è soprattutto la riduzione del cosiddetto “spazio civico”. Dal 2012 trentasei Paesi dei cinquanta che hanno registrato un forte calo nei punteggi CPI hanno dimostrato un netto restringimento delle libertà di espressione, associazione e riunione, fattore che indebolisce ulteriormente i meccanismi di controllo democratico.
Michele Calleri, presidente di Transparency International Italia, ha sottolineato: «In un contesto mondiale in cui i principi dello Stato di diritto e i rapporti internazionali stanno progressivamente mutando è fondamentale riaffermare con decisione che i valori come l’integrità, la trasparenza e la responsabilità sociale sono ineludibili. Per questo dobbiamo impegnarci nel realizzare un modello di società e di rapporti umani che trovi più conveniente ed etica l’integrità rispetto alla corruzione, la trasparenza rispetto al clientelismo e la responsabilità rispetto all’omertà sociale».
Queste parole sono in linea con l’evidenza dei dati: quest’anno la media globale del CPI è scesa per la prima volta in oltre un decennio a soli 42 punti su 100. Significa che la maggior parte dei Paesi non riesce a frenare la corruzione: il numero di Paesi con un punteggio superiore a 80 è sceso dai 12 di dieci anni fa ai soli 5 di quest’anno. Addirittura, negli ultimi dieci anni in molti Paesi europei gli sforzi anticorruzione hanno subito una vera e propria battuta d’arresto.
La ricerca di Transparency International dimostra che la corruzione non è inevitabile. I paesi che hanno registrato miglioramenti a lungo termine lo hanno fatto grazie allo sforzo scostante sostenuto dai loro leader politici e delle autorità di regolamentazione, capaci di attuare ampie riforme legali e istituzionali. Le statistiche dimostrano che punteggi CPI costantemente bassi o chiaramente in calo vanno di pari passo con sistemi di “checks and balances” democratici limitati o in via di erosione, con la politicizzazione dei sistemi di giustizia, con un’influenza indebita sui processi politici e con l’incapacità di difendere lo spazio civico. La statistica è una scienza, e se fatta bene è anche affidabile. Perciò non sorprende che i paesi con democrazie sane tendono a ottenere punteggi elevati nel CPI, mentre i regimi non democratici riportano i risultati peggiori. Lo dimostra il fatto che nella maggior parte delle autocrazie esistenti oggi al mondo, come il Venezuela e l’Azerbaigian, la corruzione è sistemica e si manifesta a tutti i livelli.
di Lucia Abbatantuono
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