All’Ambra Jovinelli la commedia di Reza diretta da Riondino: un quadro bianco mette in crisi identità e ruoli. In gioco non è il gusto, ma l’illusione di conoscersi
Per inquadrare “Art”, in scena al Teatro Ambra Jovinelli di Roma fino al 1° marzo, bisogna partire da un presupposto centrale. Il conflitto fra i tre amici non riguarda davvero il quadro, ma il capitale simbolico e l’immagine di sé che ciascuno costruisce attraverso il proprio sistema di preferenze.
L’estetica come marcatore di classe
L’acquisto per duecentomila euro di un quadro bianco da parte di Serge (Michele Sinisi) diventa così un atto di posizionamento sociale. Il criterio artistico funziona in ciò che il sociologo Pierre Bourdieu avrebbe definito “distinzione”. Non un giudizio sulla bellezza, ma un modo per collocarsi in una gerarchia di riconoscimento.
Serge, dermatologo affermato, usa l’arte contemporanea per rivendicare una presunta appartenenza a un’élite intellettuale (tra citazioni di Seneca e formulazioni enfatiche sull’essere “uomini del proprio tempo”) più come bisogno di legittimazione che come autentica sicurezza culturale.
La triade, però, è meno omogenea socialmente di quanto possa apparire. Yvan (Daniele Parisi), impiegato in una cartoleria, accomodante fino alla remissività, schiacciato tra una madre dominante, una fidanzata invadente e le aspettative degli amici, porta i segni di una fragilità cronica (sei anni in analisi). La sua oscillazione continua non dipende dall’assenza di gusto, ma dall’assenza di strumenti identitari stabili.
Marc (Michele Riondino), al contrario, reagisce con aggressività crescente perché percepisce nell’acquisto di Serge una minaccia alla gerarchia implicita del rapporto. Il giudizio sull’opera, liquidata come “una merda”, diventa un atto di difesa più che una posizione estetica. L’ironia insistita sul linguaggio artistico (il sarcasmo sul termine “decostruzionismo”) funziona come strumento di delegittimazione intellettuale e tentativo di ristabilire un equilibrio relazionale, che sente vacillare.
La violenza verbale che emerge mostra quanto l’amicizia maschile sia spesso fondata su equilibri competitivi più che su intimità autentica. La crisi scatenata dal quadro è in realtà una crisi esistenziale: cosa accade quando cambia la percezione che abbiamo di un amico e, di riflesso, di noi stessi?

da sx: Ivan (Daniele Parisi), accomodante e remissivo; Marc (Michele Riondino) sarcastico e aggressivo: entrambi fragili (ph. U.S.)
Amicizia e micro-società
Il gruppo si comporta come una micro-società con ruoli consolidati, norme implicite e gerarchie. Quando Serge modifica il proprio posizionamento (compra un’opera per gli altri due incomprensibile), rompe il patto sociale. Il conflitto diventa una forma di devianza interna a quel microcosmo, un corto circuito relazionale che porta in superficie insicurezze preesistenti.
Il consumo culturale: religione laica?
L’opera d’arte assume quasi i tratti di una fede. Richiede interpretazione, produce appartenenza, genera conflitti tra credenti e scettici. Reza mette in scena una domanda tutt’altro che risolta: il valore estetico è intrinseco o socialmente costruito?
Paura del cambiamento
In fondo, Marc non teme il quadro, teme di perdere il controllo su Serge. L’opera diventa così il segnale di una trasformazione più ampia. Anche per questo “Art” appare oggi persino più significativo rispetto al debutto della commedia negli anni Novanta. Oggi, più di allora, i meccanismi sociali individuati dalla drammaturga francese non solo sono attuali, ma si sono intensificati. Una società in cui i comportamenti, le modalità di relazione, i codici culturali sono continuamente esibiti e negoziati.
La messinscena
Molto lucido, dunque, l’approccio di Michele Riondino, che sceglie una regia fedele all’impianto originale. Punta all’essenzialità della scena e sul lavoro degli attori.
Tre interpreti, spazio minimo, dialoghi serrati e ritmo comico calibrato, che nasce da un ingranaggio molto preciso. Battute rapide, quasi a ping-pong, cambi di tono repentini. Ironia iniziale, sarcasmo, aggressività fino alla rottura emotiva finale: una crescita a gradini tipica della commedia psicologica.

Un quadro bianco, da 200 mila euro, scatena una crisi esistenziale (ph. U.S.)
I personaggi
Nel ruolo di Serge, Michele Sinisi costruisce una figura credibile nella sua ostinazione intellettuale. Il suo personaggio è attraversato da una sottile rigidità difensiva. Un’instabilità emotiva che lascia affiorare, sotto la sicurezza ostentata, una vulnerabilità quasi infantile. Il lavoro vocale, progressivamente incrinato nei momenti di conflitto, contribuisce a delineare un Serge meno snob e più bisognoso di riconoscimento che realmente elitario. Un parametro interpretativo che rende più chiara la dimensione affettiva dello scontro.
Daniele Parisi, nei panni di Yvan, lavora su un registro di apparente leggerezza, che si rivela via via più complesso. Non è soltanto l’amico accomodante, ma una presenza scissa tra il desiderio di mediazione e l’incapacità di affermarsi. Parisi evita la caratterizzazione nevrotica, procede per sottrazione, su variazioni ritmiche minime e sospensioni che restituiscono l’ansia del personaggio. Ne emerge una qualità quasi tragica, che spezza il tono brillante e introduce una crepa emotiva più profonda.
È nell’equilibrio fra i tre interpreti che lo spettacolo trova la sua tenuta. Anche grazie a un impianto registico che evita la tentazione, oggi frequente, di riletture forzatamente sovrastrutturate o ideologiche.
E’ una scelta che funziona proprio perché non cerca scorciatoie interpretative, valorizza la coesione drammaturgica del testo e ne conferma la resa in teatro. La tensione cresce per accumulo, attraverso micro-scarti emotivi e improvvise impennate verbali, più che per effetti esterni.
Ne risulta un’opera economicamente sostenibile, ma intellettualmente solida, qualità sempre più rara nel panorama teatrale.













