Una legge sul divieto di accesso ai social media ai minorenni: questo il tema al centro di un d.l. da poco approvato dalla Camera francese e del recente annuncio del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez a tutela della salute mentale dei più giovani, che pone Parigi e Madrid nella posizione di apripista per eventuali decisioni similari in tutta Europa.
La notizia rilancia l’acceso dibattito sul rapporto tra giovani e tecnologie digitali che spesso si muove su binari allarmistici, tra divieti e colpevolizzazioni, riducendo la complessità a una narrazione semplice: il cellulare come nemico.
Uppa (uppa.it) – casa editrice dedicata ai genitori e curata da esperti dell’infanzia – propone di cambiare prospettiva: limitare l’accesso ai cellulari non risolve il problema, perché vietare non è educare. Una prospettiva priva di cliché comuni potrebbe aiutare a restituire una visione più equilibrata, mettendo in discussione narrazioni semplicistiche come l’idea che il cellulare sia di per sé “terribile”.
Una ricerca del 2023 ha rilevato che quasi un giovane su due (46,3%) ritiene di trascorrere troppo tempo sullo smartphone. I giovani sono dunque spesso consapevoli della propria condizione rispetto alle tecnologie, al punto da dichiarare di desiderare un aiuto per dosare meglio il tempo trascorso sugli schermi. Tuttavia, da quanto emerge nello stesso studio, gli stessi giovani ritengono di non avere intorno adulti che li sappiano aiutare ad autoregolarsi.
Lo stesso studio ha rilevato altissime percentuali di iscrizione degli adolescenti ai principali social network come Whatsapp (99,8%), Instagram (94,9%), Youtube (89,5%) e TikTok (82,8%).
Decisioni come il divieto di utilizzo dei social prima del raggiungimento di una certa età – 15 anni nel caso della Francia e 16 per la Spagna – sono spesso incoraggiate da ricerche che indicano una correlazione tra la precoce esposizione al digitale e ai social network e difficoltà che incontrano gli adolescenti sia in termini di apprendimento che di socialità (con perfino collegamenti ad ansia e tentativi di suicidio).
“Questa risposta non è sufficiente né particolarmente produttiva per tutelare lo sviluppo di bambine, bambini e adolescenti” dichiara Cosimo Di Bari – professore associato di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università degli Studi di Firenze, ricercatore, divulgatore e autore di Uppa. “Queste ricerche, infatti, evidenziano una correlazione, non un rapporto di causa-effetto: è probabile, ad esempio, che laddove c’è un minore accompagnamento adulto, l’esposizione agli schermi sia più alta. Ecco perché la collaborazione tra famiglie, scuola e istituzioni risulta fondamentale e molto più efficace di qualsiasi divieto che fornisce solo l’illusione di aver trovato una soluzione al problema e rassicura in modo infondato coloro che sono più spaventati dalle conseguenze della precoce diffusione dei social network tra i giovani.”
Il mito del divieto: perché proibire i social non protegge gli adolescenti
Il divieto all’utilizzo dei social media non è una risposta educativa e non promuove automaticamente l’acquisizione di maggiore consapevolezza su queste piattaforme. Al contrario, incrementa il pericolo reale di una maggiore fruizione del dark web e di ambienti ancora più difficili da monitorare.
“Applicare concretamente delle restrizioni ai social media – ma il discorso resta valido anche oltre il digitale – risulta molto complesso: la paura di essere sanzionati non basta a frenare la curiosità degli adolescenti, che sanno trovare agevolmente strategie per aggirare un divieto quando posti di fronte a esso. La vera sfida dunque è riuscire a regolamentare i social network attraverso una gestione responsabile dei meccanismi di economia dell’attenzione” spiega Cosimo Di Bari di Uppa.
La proposta culturale di Uppa: un’educazione digitale condivisa
Per affrontare la questione correttamente e costruire un’educazione digitale responsabile e adatta alle diverse fasce d’età devono collaborare sin dall’infanzia famiglie, scuole ed istituzioni. Su questo tema la Commissione Europea è al lavoro da molti anni (DigComp 3 del 2025) per promuovere consapevolezza rispetto alle possibilità di accesso, sicurezza, gestione dei propri dati, selezione e valutazione delle informazioni, possibilità creative ma anche responsabilità delle proprie azioni.
“Impostare un dialogo tra scuola e famiglie sarebbe la soluzione ideale per favorire una graduale esplorazione di rischi e opportunità degli strumenti digitali, mentre le istituzioni dovrebbero farsi motore e garante di questa alleanza educativa tra i contesti scolastici e familiari. Piuttosto che vietare, sarebbe dunque auspicabile garantire una presenza adulta capace di promuovere una graduale acquisizione di competenze digitali fin dall’infanzia. Risultano interessanti in questo senso i “patti educativi” sanciti tra genitori e scuole italiane, che dovrebbero però essere l’esito di un dialogo ben più ampio tra la ricerca accademica, i genitori, gli insegnanti e i ragazzi stessi, che spesso vengono dimenticati da questo patto” aggiunge Cosimo Di Bari di Uppa.















