Giovani: tra etichette facili e verità scomode
Si avverte un riflesso quasi automatico, quando si parla di giovani: sospirare. “Non hanno voglia di lavorare”, “stanno sempre al telefono”, “non sanno cosa sia il sacrificio”. È un ritornello antico, che cambia solo oggetto. Un tempo era la televisione, poi i videogiochi, oggi lo smartphone. Eppure ogni generazione si è sentita dire, più o meno, la stessa cosa.
La velocità in un solo clic
I ragazzi di oggi sono cresciuti in un mondo che corre più veloce di quanto abbiano fatto le istituzioni, la scuola, perfino le famiglie. Hanno visto crisi economiche susseguirsi come stagioni storte, hanno attraversato una pandemia che li ha chiusi in casa nel momento esatto in cui avrebbero dovuto aprirsi al mondo, e si affacciano al lavoro con la sensazione che il contratto a tempo indeterminato sia una leggenda metropolitana raccontata dai genitori.
Tuttavia, li accusiamo di essere fragili. Ma forse sono solo più onesti nel mostrare le proprie fragilità. Parlano di ansia, di salute mentale, di pressione sociale. Temi che le generazioni precedenti hanno spesso nascosto sotto il tappeto del “devi farcela e basta”. È davvero debole chi chiede aiuto? O è più debole un sistema che per anni ha fatto finta che certi problemi non esistessero?
Certo, c’è un narcisismo diffuso, alimentato dai social network. La ricerca di approvazione è diventata una moneta quotidiana: like, visualizzazioni, follower. Ma prima di liquidare tutto come superficialità, dovremmo chiederci che tipo di società abbiamo costruito. Una società dove l’immagine conta, dove il successo è visibile e misurabile, dove il confronto è costante e globale. I giovani non hanno inventato questo meccanismo: ci sono nati dentro.
Allo stesso tempo, c’è una generazione che studia di più, viaggia di più (quando può permetterselo), parla lingue, si indigna per il clima, per le disuguaglianze, per i diritti civili. È una generazione meno disposta ad accettare gerarchie rigide e lavori che svuotano di senso. Non è pigrizia: è una domanda di qualità della vita. È il rifiuto di un’idea di successo che coincide solo con lo stipendio.
Tutto il Mondo è incertezza
Il vero nodo, forse, è l’incertezza. Crescere sapendo che il mondo del lavoro cambia di continuo, che le competenze si consumano in fretta, che l’intelligenza artificiale – sì, anche lei – può riscrivere professioni intere, non è semplice. La precarietà non è solo contrattuale: è esistenziale. E quando non hai punti fermi, è più difficile progettare, rischiare, costruire.
Eppure, in mezzo a tutto questo, i giovani continuano a inventare. Startup, progetti culturali, attivismo digitale, nuove forme di lavoro. Magari meno lineari, meno rassicuranti, ma spesso più creative. Non è una generazione perduta. È una generazione in trasformazione.
Forse la domanda giusta non è “che problemi hanno i giovani?”, ma “che responsabilità abbiamo noi adulti?”. Perché ogni generazione è figlia del tempo che le viene consegnato. E giudicarla senza ascoltarla è il modo più veloce per perdere un’occasione: quella di capire dove sta andando il futuro.
In fondo, i giovani non sono il problema. Sono lo specchio. E a volte, quello che vediamo riflesso non ci piace.















