“Preferisco il Novecento” di Angela Ricci rilegge il varietà degli anni Venti senza nostalgia né retorica
All’inizio degli anni Venti il café chantant napoletano, che per oltre due decenni aveva rappresentato uno dei principali poli dell’intrattenimento, entra in una fase di progressiva marginalizzazione.
Non si tratta di una scomparsa improvvisa, ma di uno slittamento culturale. Quel modello, che aveva dominato la Belle Époque, appare sempre più legato a un gusto precedente, mentre il pubblico manifesta nuove esigenze.
La città di Napoli, come molte realtà europee, attraversa trasformazioni economiche e demografiche che modificano anche le pratiche del tempo libero. Il pubblico del varietà, composto in origine da borghesi, professionisti, militari e ceti medi emergenti si diversifica, ma allo stesso tempo cerca spettacoli più dinamici e narrativi. La dimensione conviviale del locale con tavolini, consumazioni e numeri brevi non basta più a garantire l’attenzione.
Questa cornice è lo spunto di “Preferisco il Novecento”, testo e regia di Angela Ricci, andato in scena al Teatro Auditorium Due Pini di Roma. Sul palco, Alberto, il capocomico, allestisce quella che sembra essere l’ultima replica di una tradizione in declino.

Matilde Condrò, Anastasia Mecucci, Irene De Paolis: le Giuliette di borgata (ph. autore)
Lo spettacolo nello spettacolo
Il foyer e il palcoscenico si animano di un via vai di prime donne e sciantose, ciascuna alla ricerca di un posto in compagnia, di un momento di visibilità o di un frammento di gloria. È un metateatro discreto, in cui l’attesa e la preparazione assumono un peso scenico pari all’azione stessa. Si percepisce la delicatezza di un mondo diviso tra mondanità e incertezza.
Quando lo spettacolo prende forma, emergono i numeri classici del caffè concerto. E la messinscena ricostruisce il ritmo di allora, in cui non esisteva una trama unitaria, ma era una successione di numeri indipendenti, capaci comunque di restituire lo stesso clima.

Laura Satta (voce) e Giancarlo Paccapelo (chitarra, musiche e arrangiamenti) ph. autore
Canzoni e macchiette
Lili Marlene e il professore (interpretato da Timoleon Pappas, che suona anche la tromba) rimandano alla memoria dell’ “L’Angelo azzurro” di Josef von Sternberg, esempio classico della sciantosa e del cabaret europeo. Le canzoni e le romanze parlano di amori quotidiani, attese e malinconie, con una leggerezza che oggi appare lontana.
La maga Cice (non Circe, perché diminutivo di Cicenella) porta sul palco numeri di illusionismo innocenti, ma che ricordano la curiosità e lo stupore con cui il pubblico di allora seguiva le esibizioni.
I comici caratteristi aggiungono spessore narrativo. Le macchiette riproducono le tipologie del tempo. Dalla popolana, incarnata in una Giulietta di borgata, al “Nerone di Petrolini”, passando per le poesie di Trilussa (in particolare quelle del gatto e dell’ubriaca), che scorrono come annotazioni semplici sui modi e sui costumi. Marcello Piccioni ha musicato la poesia “Li burattini” di Trilussa. Pulcinella donna, figura insolita e poetica, introduce un elemento di sorpresa e invita a riflettere sulla tradizione.
Accanto ai materiali di repertorio, una parte consistente degli sketch è originale, scritta dalla stessa Ricci: “I’ so’ romana”, “Vita in convento”, “La maga Cice”, “Le fuggiasche” e altri. Inserti che dialogano con un certo modello storico, senza imitarlo, ma allineati per tono e struttura.

Carla Di Donato: “I’ so’ romana” (ph. autore)
Il tempo che ritorna
Sullo sfondo si percepisce una dimensione poetica più profonda. L’impianto registico della Ricci non ricrea solo la forma, ma trasmette un sentimento, un’atmosfera. I café chantant erano spazi di mondanità e di eleganza, ma anche di spettacolarità effimera, transitoria e decadente.
Le piume, i costumi vaporosi, la breve durata di ogni numero rappresentano i fiori, la parte essenziale e pura dello spettacolo. Ma anche i fiori possono essere “Fleurs du Mal”, nella misura in cui la bellezza si accompagna alla malinconia. E il microcosmo estetico, leggero e frivolo, reinterpretato dalla Ricci nasconde il segno della fine di un’epoca.
Il tema femminile
Al di là dei numeri, lo spettacolo lascia emergere un filo tematico più attuale, come quello dell’emancipazione della donna, rappresentata da Desdemona, Ginevra e Angelica. Tre simboli della ghettizzazione femminile, tutte accomunate da compagni gelosi e violenti, ma determinate a dichiarare: “Noi stesse, autrici dei nostri destini”. E’ il passato che dialoga con il presente, senza clamore, ma con lucidità. Nello stile misurato della Ricci.

La danseuse Silvia Cantone, coreografa e ballerina, in un numero ispirato al café chantant (ph. autore)
La compagnia
Il lavoro è sostenuto da un cast numeroso e coeso, che mostra mestiere nei tempi e nella presenza scenica e garantisce continuità e ritmo alla messinscena, con Paolo Foglia, Angela Di Brizio, Alice Coppola, Lorenzo Karol Silvestri, Timoleon Pappas, Myriam Archibugi, Matilde Condrò (la più giovane del gruppo), Marlen Valentina Rosaroni, Anna Piras, Irene De Paolis, Sabrina Scavo, Carla Di Donato, Massimo Tucci, Monica De Biasio, Anastasia Mecucci, Valentina Rosaroni, Diana Ricci, che ricorda la figura della “caposciantosa” anche nel modo di cantare e nel timbro, e Silvia Cantone.
Alla chitarra, con musiche e arrangiamenti, Giancarlo Paccapelo. La voce cantante è quella di Laura Satta. La sigla di apertura “Novecento” è firmata da Marco Massimiliani al sax, mentre all’organetto interviene Marcello Piccioni, interprete di alcuni brani di Ambrogio Sparagna. L’audio è a cura di Jacopo Ierfone.
“Preferisco il Novecento” restituisce così un quadro coerente di un’epoca di transizione. La battuta conclusiva dello spettacolo (“In fondo siamo maschere, maschere che ridono, maschere che piangono, maschere che sognano…”) riassume con chiarezza il senso del percorso scenico.
Il teatro leggero del café chantant appare allora non solo intrattenimento, ma metafora di individui che oscillano “tra la finzione e la realtà”.
La riflessione finale sulla vita che “cerca la crescita e non la compensazione del nulla” non introduce una morale, ma apre uno spazio di lettura più profondo. Non racconta il declino come dramma, né come nostalgia, ma come testimonianza di un tempo che si ritrae senza sparire del tutto.















