Festival di Sanremo 2026: promossi e bocciati
Festival di Sanremo 2026: voti e verità
Il Festival di Sanremo numero 76 inizia senza terremoti e senza miracoli. Un Festival ordinato, pettinato, rassicurante. Talmente rassicurante che a tratti sembrava una tisana.
Meno esperimenti, più mestiere. I trenta brani in gara strizzano l’occhio a radio e piattaforme: ritornelli facili, produzioni pulite, emozioni già pronte all’uso. Rap addomesticato, pop levigato, cantautorato che non sporca il tavolo. Tutto funziona. Nulla sorprende davvero.
E adesso, forbici in mano.
Carlo Conti – Il re della calma
Il suo è il volto perfetto per un presentatore ordinario. Come il suo Festival: niente fronzoli, nessun guizzo, nessuna sbavatura, nessun entusiasmo.
Ma Carlo Conti ha un pregio enorme: trasmette serenità. E si vede che la infonde a chi lavora con lui. Impagabile dietro le quinte. Un po’ meno davanti allo schermo.
Voto: 7 di stima, 5 di brivido.
Laura Pausini – Eleganza contro le critiche
In barba alle polemiche preventive, Laura Pausini resta al suo posto e non forza nulla. Sobria, elegante, centrata. Nessuna smania di rubare scena.
E quando non strafai, spesso vinci.
Voto: 8.
Ditonellapiaga – Che fastidio!
Dentro c’è un po’ di “Nuntereggae più”, una spruzzata di “Centro di gravità permanente”, qualche meme sui milanesi imbruttiti e quell’aria da diva urbana resa però digeribile per il pubblico generalista. È un collage, sì. Ma almeno è un collage vivo.
Mentre molti cantano immobili come statue da presepe, lei investe due idee in una coreografia. Che a Sanremo dovrebbe essere normale, invece sembra un atto rivoluzionario.
Non inventa nulla, ma nella palude 2026 è una boccata d’aria.
Voto: 8.
Michele Bravi – Prima o poi
Piano. Voce bassa. Sigaretta metaforica. Casa in disordine. Disco di Battisti buttato lì come reliquia sacra.
Bravi costruisce un melodramma domestico dove lui è vittima e poeta insieme. Si lamenta che chi ama canta le canzoni degli altri (forse perché le sue non restano?).
È tutto studiato per commuovere, ma finisce per sembrare un monologo davanti allo specchio.
Voto: 5/6.
Sayf – Tu mi piaci tanto
Titolo furbo, quasi sciocco. In realtà il testo è più intelligente di quanto sembri. Sotto la semplicità c’è struttura.
Ha la faccia pulita di chi non deve chiedere scusa a nessuno e la capacità rara di non risultare respingente neanche a chi il rap lo guarda con sospetto.
Sorpresa vera del Festival. E la canzone camminerà da sola.
Voto: 7,5.
Mara Sattei – Le cose che non sai di me
Se questo pezzo lo cantasse Achille Lauro, sarebbe un suo brano minore. Cantato da lei, diventa un’eco sbiadito.
Seconda partecipazione e stesso effetto: presenza, esibizione, dissolvenza. Ha il superpotere dell’invisibilità artistica.
Voto: 4.
Dargen D’Amico – AI AI
L’ironia sull’intelligenza artificiale poteva essere pungente. Invece sembra una canzone da varietà pomeridiano.
Un tempo nei suoi testi c’erano immagini storte, disturbanti. Qui resta la battuta, ma senza veleno.
Voto: 5.
Arisa – Magica favola
Parte come confessione seria, poi esplode in un ritornello da cartone animato.
È diventata una principessa zuccherosa. Non di quelle ironiche. Di quelle che tua figlia canta urlando nel traffico finché perdi la pazienza.
Voto: 5.
Luchè – Labirinto
Manuale del rapper a Sanremo: nella strofa ripeti che è rap, nel ritornello canti male perché “sei un rapper”.
Gli archi fanno da tappeto drammatico, ma suonano come una scorciatoia emotiva.
Risultato: dichiarazione di identità più che canzone.
Voto: 5.
Tommaso Paradiso – I romantici
Presentato come simbolo generazionale. Il problema è quale generazione.
Sembra un collage di nostalgie anni Novanta, ma senza la stessa anima. È la comfort zone fatta canzone.
E la comfort zone non vince mai.
Voto: 4.
Elettra Lamborghini – Voilà
L’idea non era male: citazione pop, atmosfera anni Ottanta, un omaggio leggero.
Il problema è la resa scenica. Bloccata, quasi trattenuta. Il palco dell’Ariston chiede presenza, non immobilità.
Voto: 5,5.
Patty Pravo – Opera
Non canta per vincere. Canta per ricordare.
Tra declamazione e culto, costruisce una performance più che un brano. Non è pensata per le classifiche, ma per l’identità.
E quella, lei, non l’ha mai persa.
Voto: 7.
J-Ax – Italia Starter Pack
L’idea di contaminare generi poteva essere folle in senso buono. Qui è solo folle.
Il confronto con operazioni internazionali è impietoso. Ma è talmente fuori asse che rischia di diventare simpatica.
Piacerà ai più piccoli. Forse solo a loro.
Voto: 3.
Fedez & Marco Masini – Male necessario
Drammi personali in strofa, testosterone in ritornello.
Sembra la chat di un gruppo di amici che si lamentano della vita, ma con base musicale.
Intensità cercata con il megafono. Profondità lasciata a casa.
Voto: 3.
Ermal Meta – Stella stellina
Tema delicato, costruzione emotiva studiata al millimetro.
Ma quando metti dentro troppi ingredienti per piacere a tutti, il sapore si confonde.
È la canzone che vuole farti sentire in colpa se non ti emozioni.
E io non mi faccio ricattare.
Voto: 3.
Serena Brancale – Qui con me
Dolore vero, dedica forte, contesto familiare intenso.
Il dramma è apparecchiato con grande enfasi. Troppa per i miei gusti.
Quando l’emozione viene spinta, rischia di diventare retorica.
Voto: 4.
Nayt – Prima che
Un po’ di influenze evidenti, ma il ritornello centra l’obiettivo.
Il ritmo muove la testa, gli archi danno spessore. Non rivoluziona nulla, ma funziona.
Voto: 6,5.
Malika Ayane – Animali notturni
In mezzo a tanta malinconia costruita, lei sceglie leggerezza elegante.
Atmosfera vintage, canto impeccabile. Non urla, non forza, non implora attenzione.
Classe silenziosa.
Voto: 7.
Sal Da Vinci – Per sempre sì
Mano sul petto. Promessa davanti a Dio. Gesto teatrale.
È il ritorno al Sanremo classico, quello che non chiede scusa per essere melodrammatico.
Il pubblico lo sente autentico. E quando l’autenticità incontra la nostalgia, esplode l’applauso.
Voto: 8 popolare.
Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare
Se sei triste, ascoltalo. Capirai che si può essere più giù di così.
Depressione trasformata in cifra stilistica.
Voto: 1.
Tredici Pietro – Uomo che cade
Schema classico da rap festivaliero: strofa vecchia scuola, ritornello aperto.
Ma lo canta con personalità. E quella non si insegna.
Voto: 6.
Bambole di Pezza – Resta con me
Energia colorata, nostalgia pop.
Divertenti, ma non abbastanza incisive per restare davvero.
Voto: 5,5.
Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta
Indie retrò, citazioni a pioggia, atmosfera curata.
Troppo curata. Così leggera che se graffi la superficie non trovi sostanza.
Carino. E “carino” a Sanremo non basta.
Voto: 5.
Probabilmente questo Sanremo 2026 non passerà alla storia per rivoluzioni o scandali. Per ora sembra un Festival educato. Troppo educato.
Tutto corretto. Tutto in ordine. Tutto già sentito.
E forse il vero problema è proprio questo: nessuno ha avuto il coraggio di sbagliare davvero. Perché a volte, per lasciare il segno, bisogna anche rischiare di cadere.
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