“Il costo della dipendenza: cosa ci insegna il GNL degli Stati Uniti”

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Gas americano a caro prezzo: perché l’Europa paga il GNL degli Stati Uniti


Washington
– Gli Stati Uniti ci stanno vendendo gas liquefatto ad altissimo prezzo. È una frase che negli ultimi mesi ho sentito ripetere con toni diversi: indignati, rassegnati, talvolta persino compiaciuti, come se fosse la dimostrazione di una qualche verità geopolitica finalmente svelata. Ma dietro quello slogan c’è molto più di un semplice conto salato in bolletta.

Partiamo da un dato di realtà: il gas naturale liquefatto (GNL) americano non arriva in Europa per beneficenza. Non è un piano Marshall energetico, non è un gesto di solidarietà fra alleati. È un prodotto venduto su un mercato globale, dentro contratti, dinamiche di domanda e offerta, tensioni internazionali e – inevitabilmente – margini di profitto. Pensare il contrario sarebbe ingenuo.

Eppure la questione non è così semplice come “ci stanno sfruttando”. Il prezzo elevato del GNL non nasce nel vuoto. È figlio di una crisi energetica profonda, della rottura degli equilibri con la Russia, della corsa dell’Europa a diversificare le forniture nel giro di pochi mesi. Quando un intero continente si ritrova improvvisamente a cercare alternative, il prezzo lo fa il mercato. E il mercato, si sa, non è mai sentimentale.

Il punto che mi colpisce, però, è un altro: la nostra fragilità strutturale. Per anni abbiamo costruito un sistema energetico dipendente, concentrato, poco lungimirante. Abbiamo scelto la convenienza immediata rispetto alla resilienza. Il gas russo costava meno? Perfetto, avanti così. Gli investimenti sulle rinnovabili potevano accelerare prima? Forse sì, ma richiedevano visione, pianificazione, coraggio politico. Così oggi paghiamo il prezzo – in tutti i sensi.

Accusare gli Stati Uniti di speculare può avere una sua base emotiva, ma rischia di diventare un comodo alibi. In geopolitica non esistono amicizie disinteressate: esistono interessi convergenti. Washington esporta il suo gas perché è un vantaggio economico e strategico. L’Europa lo compra perché ne ha bisogno. È un rapporto tra potenze e mercati, non tra benefattori e beneficiari.

Questo non significa che non ci sia un problema politico. Anzi. Se l’alleanza atlantica deve avere un senso che vada oltre la cooperazione militare, allora dovrebbe includere anche una riflessione seria sull’equità economica nei momenti di crisi. È legittimo chiedersi se, tra partner strategici, non si possano immaginare meccanismi di stabilizzazione dei prezzi o accordi meno esposti alla pura speculazione spot. Ma per farlo serve forza contrattuale. E la forza contrattuale nasce dall’autonomia.

Il paradosso è che l’Europa, nel tentativo di sganciarsi da una dipendenza, rischia di scivolare in un’altra. Non identica, certo, e nemmeno necessariamente pericolosa allo stesso modo. Ma sempre di dipendenza si tratta, finché la nostra sicurezza energetica è nelle mani di fornitori esterni. Oggi è il GNL americano, domani potrebbe essere qualcos’altro. Finché non investiremo seriamente in produzione interna, rinnovabili, reti intelligenti, accumulo e – perché no – una discussione meno ideologica sul nucleare di nuova generazione, saremo sempre nella posizione di chi compra in emergenza.

C’è poi un aspetto che raramente viene detto ad alta voce: i prezzi alti non dipendono solo dal costo della materia prima. In mezzo ci sono trasporto, rigassificazione, infrastrutture, contratti indicizzati, dinamiche finanziarie. Il GNL deve essere liquefatto, caricato su metaniere, attraversare l’oceano, essere rigassificato nei terminal europei. Tutto questo ha un costo strutturale superiore rispetto a un gasdotto già operativo. Non è solo “avidità”, è anche fisica e logistica.

E tuttavia la percezione conta. Quando famiglie e imprese vedono bollette raddoppiate o triplicate, la distinzione tra dinamica di mercato e scelta politica si assottiglia. Si cerca un responsabile. È umano. Ma sarebbe più onesto guardare anche dentro casa nostra: alle scelte energetiche degli ultimi vent’anni, alla lentezza decisionale, ai veti incrociati, alla mancanza di una vera politica industriale comune europea.

Forse la lezione più dura di questa fase è proprio questa: l’energia non è solo una questione tecnica, è potere. Chi controlla le fonti, le rotte, le tecnologie, detta le condizioni. Se vogliamo smettere di indignarci per il prezzo del gas “degli altri”, dobbiamo iniziare a costruire un sistema che dipenda meno dagli altri. Non è un percorso breve né semplice, ma è l’unico che trasformi una crisi in un’opportunità.

Nel frattempo, sì, paghiamo caro il gas liquefatto americano. Ma il conto, in fondo, non lo stiamo pagando solo per il presente. Lo stiamo pagando per le scelte del passato. E per quelle che, ancora oggi, rimandiamo.

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