Dario Patruno
Ho avuto il privilegio nei giorni scorsi di visitare la Mostra allestita al MA*GA di Gallarate in provincia di Varese, su Kandinsky e l’Italia, guidato da mio nipote Adriano di cinque anni. Il fascino suscitato dalla visita organizzata dal British College di Gallarate nei giorni precedenti, cui va sicuramente il merito di aver effettuato una operazione di educazione all’arte, è stato tale da indurlo a voler tornare con il nonno.
La lodevole iniziativa di coinvolgimento delle classi di alto spessore culturale dimostra come la bellezza viene colta in aspetti sorprendenti capaci di stupire chiunque a qualunque età. Certo la sensibilità differisce da bambino e bambino ma se questi programmi diventano prassi, verranno educati a crescere nei rapporti sociali con persone in carne ed ossa e non ad interloquire con persone virtuali incontrate su internet
Accolti da personale gentilissimo e disponibile a fornire informazioni di ogni genere abbiamo visitato sia le opere dell’artista russo esposte per l’occasione sia la mostra permanente
di artisti contemporanei.
Chiediamoci il perché in questo mondo governato dai social sia possibile trovare delle isole di autentico benessere sensoriale e visivo in grado di elevare il grado di conoscenza in maniera graduale e consapevole.
Ma torniamo alla esperienza immersiva della Mostra dove Adriano è attratto subito come il piccolo Wassily che sviluppa sin da bambino la forte sensibilità per il colore. A cinque anni, la stessa di Adriano oggi, si trasferisce da Mosca ad Odessa dove frequenta il ginnasio e il colore inizia a parlargli diventando per lui una esperienza sensoriale e spirituale.
A 30 anni, abbandona la carriera accademica e si trasferisce in Germania e qui mio nipote è stato attratto dal dipinto “Piazza del mercato con una coppia che passeggia”. Siamo nel 1903 e questo acquerello rappresenta la preistoria dell’artista, periodo in cui i dipinti vengono ricostruiti dal vero “a memoria”. Originale in questo acquarello è il graduale approfondimento del colore che si allontana dalla realtà. Inizia così ad assimilare le istanze delle avanguardie, iniziando il proprio viaggio verso l’interpretazione soggettiva della pittura.
L’artista, morì a Neully sur Seine il 1944, non venne mai in Italia ma gli artisti che a lui si ispirarono come teorico e precursore dell’astrattismo ne rimasero affascinati e fortemente influenzati.
La Mostra curata da Elisabetta Barisoni ed Emma Zanella espone sino al 12 aprile centrotrenta opere provenienti da due istituzioni pubbliche quali la Galleria Internazionale di Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia e dal Museo MA*GA di Gallarate e da collezioni pubbliche e private.
L’intento, a mio avviso riuscitissimo, è quello di ricostruire la genealogia dell’arte astratta dai primi anni del Novecento sino al secondo dopoguerra.
L’artista infatti, diventa fondamentale per lo sviluppo dell’arte astratta, unendo in una sintesi unica spiritualità, musica e geometria.
Viene offerta così una riflessione sul ruolo e l’influenza dell’artista sul rinnovamento dei linguaggi visivi europei e sul dialogo profondo della sua lezione instaurata con la scena artistica italiana.
Il dialogo tra l’Italia e l’Europa, testimonia il valore di un pensiero che continua ancora oggi ad interrogare il presente.
“Rendere visibile l’invisibile” diventa una esperienza immersiva che attrae visitatori di tutte le età e di estrazioni culturali diverse ma affascinati da suono, colore, luce e movimento che proiettano il visitatore verso “piccoli mondi” come sono titolate alcune sue opere ma che in realtà aprono a mondi infiniti.














