A “Marassi” rinasce il Bari: ossigeno, coraggio e un colpo da città vecchia

Sport & Motori

Di

Dopo quasi ottant’anni cade il tabù di Genova: la squadra di Longo mostra solidità, cinismo e segnali veri di rinascita nella corsa salvezza

Il Bari ha violato Marassi. Forse nemmeno un pizzicotto sulle guance riuscirebbe a svegliarci dal sogno. Eppure a Genova si vince tranquillamente, è uno stadio espugnabile ma per il Bari no, per il Bari era tabù. Dopo 78 anni, il tabù è caduto: dalla lontanissima e unica vittoria ottenuta nei primi anni di vita della Sampdoria, mai più un successo in casa blucerchiata. Fino a stasera. Speriamo di non doverla pagare cara perché al Bari, sempre per la famosa legge di Murphy che citiamo spesso, certe vittorie poi le sconta care o perdendo per prossime gare o non vincendo mai più a Genova o quanto meno per i prossimi cento anni.

La Sampdoria, che costruiva la propria salvezza tra le mura amiche dopo il ko di Mantova, ha visto crollare il suo fortino con una prestazione di basso livello nonostante i tanti soldi vestiti da calciatori in campo. Il Bari invece ha mostrato nervi, fame, perfino lucidità. Tre punti che non cancellano le difficoltà, non spianano un cammino che resta tortuoso e disseminato di pericoli, ma accendono un segnale di vitalità vero.

A pochi chilometri il Festival di Sanremo assegna premi e consacra canzoni. Qui, a Marassi, il Bari ha trovato la sua nota giusta: non una sinfonia perfetta, ma una melodia sporca e coraggiosa che rimette in moto la speranza. E stavolta, il voto è alto.

Avvio in salita

Primo tempo vibrante, intenso, mai banale. Ma è la Sampdoria a prendere in mano la partita sin dai primi minuti. Il Bari arretra quasi istintivamente, come se avvertisse il peso del momento e della stagione che non riesce a sterzare verso gli obiettivi dichiarati ad agosto.

Henderson colpisce il palo, un brivido che scuote i biancorossi e certifica il predominio ligure. La Sampdoria palleggia, pressa, occupa gli spazi. Il Bari fatica terribilmente nella costruzione: palloni persi, passaggi intercettati, smistamenti lenti. La gestione del possesso è un problema strutturale, non episodico.

Il gol dal nulla

Eppure, quando meno te l’aspetti, accade. Cross di Esteves, inserimento di Moncini che si avventa da attaccante vero e la mette dentro. Un gol improvviso, quasi casuale, come spesso è capitato al Bari: mai frutto di un assedio, mai dopo una fase di dominio. Sempre al primo affondo, spesso su errore altrui. Stavolta nasce da un pallone perso dalla Sampdoria nella propria metà campo.

Meglio così. Perché la concretezza, anche se sporadica, è merce rara.

Assedio blucerchiato

Il ritmo resta alto. La Sampdoria cerca il pareggio con foga quasi nervosa. Il Bari lascia campo e iniziativa, si compatta come può. La difesa regge con difficoltà ma con ordine.

Cherubini calcia dal limite, Cerofolini compie una gran parata deviando in angolo, ma l’azione era viziata da fuorigioco. Moncini prova ancora un assolo, ma stavolta la mira è alta.

Il Bari non costruisce, ma prova a capitalizzare ogni mezza occasione che gli capita tra i piedi.

Finale a sorpresa

Un cross velenoso di Piscopo costringe il portiere doriano a una deviazione in corner: pallone che stava infilando il sette. È un segnale inatteso.

E, quasi contro copione, il Bari chiude il primo tempo in attacco. Non domina, non incanta, ma resiste e colpisce. È una squadra che soffre, che concede il gioco, ma che sa essere cinica. E in questo campionato, a volte, basta anche questo per restare in piedi

L’occasione sprecata

La ripresa si apre con un regalo della Sampdoria. Un errore in uscita, palla che arriva a Maggiore: poteva essere il colpo del ko. Invece il tiro è debole, quasi timido, e Ghidotti ringrazia. Il Bari manca il raddoppio quando avrebbe potuto mettere la gara in discesa.

Nervi e mischie

La Samp reagisce subito. Mischia furibonda in area, pallone che danza pericolosamente sulla linea: Maggiore salva in collaborazione con Cerofolini e Cistana. È un momento in cui si gioca più sul controllo dei nervi che sulla geometria.

La Samp ha il pallino, insiste, ma il Bari si difende con ordine. Non c’è isteria, solo attenzione. È già qualcosa.

Lampi e cambi

Esteves si inventa una giocata da applausi: slalom tra tre avversari e tiro deviato in corner da Ghidotti. È la fotografia di un Bari che, pur lasciando campo, non rinuncia a mettere il muso fuori.

Longo interviene: dentro Traorè per Artioli. Poco dopo Pafundi, appena entrato, prova a scappare via e viene fermato da un fallo tattico proprio di Traorè, che si prende l’ammonizione.

Altri cambi: Cuni e De Pieri per Moncini ed Esteves. La partita si allunga. Pafundi calcia dal limite, palla di poco a lato. De Pieri sfiora il raddoppio approfittando di una leggerezza doriana, ma Ghidotti devia.

Il Bari non si chiude come in passato. Non è barricata, è gestione. È la mano di Longo che prova a dare un’identità diversa, meno rinunciataria.

Assedio e maturità

È un assedio blucerchiato, ma senza feroce convinzione. Tiri, traversoni, qualche apprensione. Begic calcia centrale, Cerofolini c’è. La difesa regge senza affanni eccessivi. È un segnale di crescita: soffrire, ma senza scomporsi.

Ultimi cambi: Bellomo per Rao, Braunoder per Maggiore. Energie fresche per l’ultima resistenza.

Il colpo finale

E al 90’, quando Marassi spinge con l’ultimo fiato, arriva il contropiede. Bellomo parte e decide di fare tutto da solo. Dorval si propone a sinistra, ma lui no: sceglie la via dell’egoismo, quello puro e un po’ infantile dei bambini della città vecchia che vogliono il gol tutto per sé. Tiro secco. Rete. Partita chiusa. Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che ha Nicola quando arriva a Genova, per dirla alla Paolo Conte,

Il Bari non si è limitato a difendere: ha sofferto, ha rischiato, ma ha colpito. E questa volta, oltre alla resistenza, c’è stata anche la personalità di chi non vuole più solo sopravvivere.

Espugnare il “Ferraris”

Il Bari tiene duro e torna a vincere lontano dal San Nicola come non accadeva da fine gennaio, a Cesena. Ma stavolta è diverso. Espugnare il “Ferraris” contro la Sampdoria non è routine: è un evento. Dopo quasi ottant’anni, Genova non è più tabù.

Sono tre punti che non risolvono tutto, non cancellano le crepe, ma sono una boccata d’ossigeno vera. Non euforia, non sogno. Realtà.

Dal solito copione alla svolta

Per venti minuti è sembrato il solito Bari: schiacciato, in difficoltà, quasi in attesa dell’errore fatale. Poi il gol di Moncini ha cambiato la temperatura della partita. Non solo nel punteggio, ma nella postura.

La squadra è uscita ordinata, compatta, battagliera. Umile e operaia, capace di sporcarsi le mani e ribattere colpo su colpo alle incursioni doriane. A Cesena si vinse venendo presi a pallonate; qui si è vinto senza soffrire più del necessario. È una differenza sostanziale.

Come direbbe Totò, “è la somma che fa il totale”: organizzazione, cinismo, applicazione. Nulla di rubato, anzi. Il Bari è stato più lucido nel capitalizzare ogni occasione.

La mano di Longo

C’è un filo che lega Padova a Genova: la crescita. La solidità difensiva, la personalità, la scelta di giocare più alti senza aspettare l’avversario dentro l’area. Longo ha dato struttura e coraggio.

Odenthal ha giganteggiato, Mantovani è tornato se stesso, Cistana ha guidato la linea con autorevolezza. Esteves ha alternato mezzala ed esterno, firmando l’assist per Moncini con una di quelle giocate che cambiano l’inerzia.

Il gioco diventa efficace quando si pressa nella metà campo avversaria, quando si ha “gamba” e fiducia. E oggi il Bari ha mostrato entrambe. Viene in mente quella frase attribuita a Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili.” Oggi il Bari ha osato.

Il colpo da città vecchia

E poi c’è Bellomo. Il suo gol nel finale è un manifesto identitario: egoista quanto basta, come i ragazzini della città vecchia che tirano senza guardare chi si inserisce. Dorval era lì, ma Nicola ha scelto la gloria personale. E ha fatto bene.

Non è stato un colpo casuale. È stata la chiusura coerente di una partita giocata con maturità.

Profilo basso, ma…

Calma. Servono due o tre vittorie consecutive per parlare davvero di lotta per la salvezza. I risultati delle altre potrebbero ridimensionare l’entusiasmo già domani.

Eppure, qualcosa è cambiato. Fino al turno scorso il Bari sembrava spacciato più per ciò che mostrava in campo che per la classifica. Oggi no. Oggi è vivo.

Forse questa è la scintilla che l’ambiente attendeva. Le gare contro Empoli e Pescara diranno di più. Per ora si può solo citare Eduardo De Filippo: “Ha da passà ‘a nuttata.”

Ma stavolta, all’orizzonte, si intravede un filo di luce. E allora viene da chiederselo, con prudenza e un sorriso barese: “Da mo’ vale?” Lo dirà il tempo.

Hanno ammazzato il Bari, il Bari è vivo (semic. Francesco De Gregori)

 

Per un’informazione completa

Consulta anche gli articoli pubblicati su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Traduci
Facebook
Twitter
Instagram
YouTube