di Francesco Losito
Nel vasto e multiforme universo letterario della Bibbia vi è uno scritto che si distingue per la sua audacia intellettuale e per il suo tono profondamente enigmatico: il Qohelet, noto anche come Ecclesiaste. Tra le pagine della sacra Scrittura, questo testo si impone come uno dei più controversi e affascinanti poichè capace di scuotere le certezze teologiche e morali con una forza disarmante.
Appartenente alla sezione sapienziale dell’antico testamento, il Qohelet fu verosimilmente composto in epoca ellenistica tra IV quarto e il III secolo a.C. In un periodo di grande fermento culturale e di incontro tra tradizioni religiose e filosofiche.
L’autore -che si presenta come un uomo maturo e pensoso- sembra attraversare una crisi spirituale ed esistenziale profonda, interrogandosi con lucidità e tormento sul senso della vita, sul destino umano e sulla giustizia divina. In particolare mette in discussione la teoria della retribuzione terrena secondo cui i giusti sarebbero premiati e gli empi puniti.
Una visione che agli occhi del Qohelet appare sempre più distante dalla realtà vissuta.
“Vanità delle vanità, dice Qohelet, vanità delle vanità, tutto è vanità!” (Cf. Ql, 1,2).
In questo contesto, la sapienza biblica si confronti con il pensiero greco, dando vita ad un dialogo fecondo e sorprendente.
Nel testo ci sono influenze filosofiche di grande rilievo.
Lo scetticismo della scuola di Pirrone che sottolinea l’impossibilità dell’uomo di giungere alla verità ultima dell’essere.
E questo pensiero si riflette nel celebre leitmotiv del libro.
Anche l’epicureismo, con la sua esortazione a godere dei piccoli piaceri quotidiani, emerge tra le righe come un invito sommesso, ma potente. Se tutto è transitorio, se nulla è eterno, allora imparare a vivere il presente diventa un atto di saggezza!
Il Qohelet non propone un edonismo sfrenato, ma una consapevolezza serena. Il piacere semplice, il cibo condiviso, il lavoro ben fatto……sono doni da accogliere con gratitudine.
Lo stoicismo, poi, potrebbe manifestarsi nell’accettazione del destino e nella consapevolezza della morte come parte integrante della vita. L’autore invita, quindi, a non opporsi al corso degli eventi ma a riconoscerne la necessità, abbracciando con dignità la propria condizione mortale.
Infine, forse si possono rintracciare nel Qohelet echi del platonismo, soprattutto nella tensione tra ciò che appare e ciò che è, tra la realtà visibile e quella invisibile.
Il testo sembra interrogarsi sulla natura dell’essere sulla verità che si cela dietro le illusioni del mondo sensibile.
Tutti questi elementi convergono in un’opera che pur radicata nella tradizione ebraica si apre in una visione universale e profondamente umana.
Il Qohelet è un tesoro di sapienza, un mosaico di pensieri ed intuizioni che ancora oggi potrebbe offrire preziose coordinate esistenziali a chi cerca risposte nel silenzio e nella contemplazione della parola.
Nell’attuale contesto socioculturale, ad esempio può risultare particolarmente significativo l’invito del saggio filosofo a conferire un senso al ritmo del tempo e al susseguirsi del ciclo vitale della natura. Dice l’autore: “per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”.
“C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per uccidere ed un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire”. (Cf. Ql, 3,1-3).
Imparare l’arte dell’attesa -in un’epoca dominata dalla fretta, dalla frenesia e dall’inquietudine malsana del “tutto e subito”- potrebbe diventare, forse, un atto controcorrente.
Viviamo nell’era delle immagini, dei click e della” light fast” e nessuno sembra avere più il tempo di fermarsi né la voglia di gustare l’accadere della vita.
Tutto deve essere “maledettamente” pianificato secondo tempistiche predeterminate ed eseguito con precisione affinché ogni cosa proceda secondo calcoli e aspettative.
Nessuno sembra più disposto a vivere il presente nell’incognita del domani.
In questo scenario il messaggio del Qohelet può rappresentare, alla fin dei conti, una vera boccata d’ossigeno?
Una sosta necessaria per ripensare il proprio cammino, confrontarsi con se stessi, guardarsi dentro ed eventualmente lavorare sugli aspetti che impediscono di vivere con serenità e speranza?
Questo scritto biblico, se inteso in maniera adeguata, non è affatto un testo leopardiano dell’antichità, come alcuni lo hanno definito. Al contrario, se saliamo in piedi sulla scrivania (come ci dicevamo ieri sera al telefono) potrebbe tranquillamente essere considerato un invito alla speranza.
Del resto, la realtà può andare ben oltre i nostri calcoli.
Senza dimenticarci che il Dio della Bibbia non si lascia imprigionare entro categorie rigide come giusti ed empi, puro o impuro, peccato e grazia. Egli va oltre.
Apprendere l’attesa, dunque, rappresenta per l’individuo la capacità di predisporre se stesso dinanzi al mistero della vita, lasciando aperta la porta a tutte le possibilità. Imparare ad attendere significa riflettere, acquisire e sviluppare consapevolezza. È lo sforzo di crescere e maturare lungo il cammino della comprensione della complessità del reale.
Il Qohelet propone un invito a superare le convenzioni e le convinzioni che abitualmente caratterizzano il modo di essere e di agire delle persone ed il saggio filosofo, alla fin dei conti, si configura come un anticonformista del proprio tempo desideroso di osservare la vita con sguardo diretto.
Eppure, quando essa si rivela incomprensibile, egli cerca, indaga e trae dalle proprie esperienze la resilienza necessaria per affrontare le sfide poste dalla quotidianità.
Nella visione del Qohelet, il tempo “non trascorre sotto il sole” in modo passivo.
Al contrario, se l’uomo riflette, può attribuirgli una funzione propedeutica e formativa.
Il tempo, una volta compreso, diventa per l’uomo una vera e propria scuola di vita attraverso la quale egli può evolversi e crescere in umanità. La celebre distinzione tra Kronos e Kairos risulta in questo contesto particolarmente illuminante. E allora chi sarebbe in questo contesto il saggio? Chi conosce la spiegazione delle cose?
La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto, ne cambia la durezza del viso…… la mente del saggio conosce il tempo e il giudizio. Per ogni cosa vi è tempo e giudizio!
Ma il male dell’uomo ricade gravemente su chi lo fa…….?
Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale, tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della sua morte, né ci sarebbe scampo nella lotta: l’iniquità salva colui che la compie?
Anche su questo bisogna riflettere: su ogni azione che si compie sotto il sole, l’uomo cerca di dominare sull’altro.














