Crisi ucraina, tensioni in Medio Oriente, Cina e Africa: vecchi schemi di potere e di conflitto si ripetono
Durante la terza serata del Festival di Sanremo, Laura Pausini ha cantato “Heal the World”, il brano di Michael Jackson diventato negli anni un inno alla pace universale. La musica invoca un mondo senza guerre, come accade ciclicamente nella storia dello spettacolo e della cultura pop. Ma fuori dall’Ariston, la storia segue un’altra partitura.
Nelle ultime settimane, gli Stati del Golfo Persico hanno aumentato le esportazioni di petrolio in vista di un possibile conflitto con l’Iran. Arabia Saudita ed Emirati hanno raggiunto rispettivamente 7,3 e 3,5 milioni di barili al giorno, livelli record dall’inizio del 2026, non per un aumento della domanda, ma per cautela strategica.
Un’escalation potrebbe compromettere i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il mercato globale. Anche l’Iran ha accelerato il carico delle proprie navi cisterna, mentre i noli, i costi di noleggio delle petroliere verso l’Asia, sono saliti ai livelli più alti degli ultimi anni. La volatilità dei mercati energetici riflette tensioni crescenti in Medio Oriente.
L’idea che “la storia si ripeta” è spesso liquidata come luogo comune. Eppure, se si osserva la politica internazionale emerge una costante. Non si ripetono gli eventi, ma le strutture. Cambiano protagonisti e tecnologie, restano logiche di potenza, paure collettive, errori di percezione e sottovalutazioni sistematiche dei segnali.

Gli Stati del Golfo aumentano le esportazioni di petrolio in vista di possibili conflitti, mente i noli raggiungono livelli record (ph. Unsplash)
L’illusione della pace duratura
Norman Angell, nel 1910, sosteneva che l’interdipendenza economica avrebbe reso la guerra irrazionale. Nel 1914 l’Europa precipitò in un conflitto mondiale. Oggi, nonostante la globalizzazione, la Russia invade l’Ucraina e le risorse strategiche diventano strumenti di pressione politica e leva diplomatica.
I segnali erano evidenti. La guerra in Georgia nel 2008, l’annessione della Crimea nel 2014, l’uso strumentale delle forniture di gas. Ma furono interpretati come episodi isolati, non come modelli ricorrenti.
La Russia consolida rapporti energetici con la Cina attraverso il gasdotto orientale, mentre Pechino copre circa un quinto del proprio fabbisogno petrolifero con greggio russo. Un’interdipendenza che genera nuove leve geopolitiche, spesso sottovalutate.
Le guerre che nessuno vuole (ma che accadono)
Alla Conferenza di Monaco nel 1938, l’appeasement (la politica di concessioni a Hitler) alimentò l’illusione di una pace duratura. Oggi dinamiche simili emergono nel confronto con potenze revisioniste come Russia e Cina. Taiwan è il caso più evidente: esercitazioni militari, pressioni diplomatiche, violazioni dello spazio aereo e marittimo indicano che i segnali di allarme esistono. Tuttavia, la percezione diffusa resta che un’escalation non si concretizzerà.
Le esercitazioni BRICS+ del 2026 ((manovre militari tra Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e alcuni partner aggiuntivi) e la crescente cooperazione militare tra Mosca e i Paesi africani mostrano come l’espansione strategica si sviluppi anche su teatri indiretti. In contemporanea, il rafforzamento dell’United States Africa Command conferma che l’Africa è sempre più terreno di competizione globale. Il tutto in un contesto di diplomazia multilaterale frammentata.

Cina, Russia e Stati Uniti tracciano corridoi strategici: vecchi schemi di potere si ripetono (ph. Pixabay)
Il ritorno delle sfere di influenza
Il “Grande Gioco” del XIX secolo tra l’impero britannico e quello russo dimostrava che il controllo di zone chiave determina l’equilibrio globale. Oggi Cina e Russia rivendicano spazi di proiezione regionale, mentre gli Stati Uniti consolidano alleanze nell’Indo-Pacifico come AUKUS (patto militare trilaterale su sottomarini nucleari e tecnologie avanzate) e il Quadrilateral Security Dialogue (Quad), forum di cooperazione con Giappone, India e Australia. Cambiano gli strumenti, ma la sostanza resta la stessa.
Accanto ai blocchi maggiori, emergono sfere più circoscritte. I corridoi energetici tra Azerbaigian, Turchia e Unione Europea, i rapporti Russia‑Africa, gli accordi Brasile‑India sui minerali critici. La competizione geopolitica non segue solo logiche militari, ma economico-commerciali.
Crisi economiche come detonatori politici
La crisi del 1929 aprì la strada a nazionalismi e regimi autoritari. Quella del 2008 accelerò l’ascesa di leader populisti. Anche casi meno noti seguono lo stesso meccanismo. La svalutazione del rublo nel 2014 rafforzò il consenso interno in Russia in concomitanza con l’annessione della Crimea.
Oggi la competizione per minerali vitali come terre rare, litio e uranio è un leva geopolitica diretta. Gli investimenti in filiere alternative in Stati Uniti, Australia e Canada provano come la programmazione economica e la sicurezza nazionale siano ormai intrecciate.

Epidemia da influenza spagnola e COVID-19: crisi globali simili (ph. Pixabay)
Pandemie e memoria corta
La pandemia da influenza “spagnola” e il COVID-19 hanno molti aspetti in comune: governi fragili, risposte lente o insufficienti e una tendenza a dimenticare rapidamente le lezioni del passato. La gestione dei vaccini, la chiusura delle frontiere e la strumentalizzazione politica hanno replicato schemi già visti un secolo fa.
In più, queste emergenze hanno accelerato la concentrazione tecnologica e il controllo dei dati sanitari.
Tecnologia e guerra: la novità che non c’è
Ogni generazione considera rivoluzionario il proprio arsenale bellico. La mitragliatrice nel 1914, la bomba atomica nel 1945, droni e intelligenza artificiale oggi. Il modello resta invariato: sottovalutazione, corsa agli armamenti, regolamentazione tardiva.
La competizione globale, unita alla strategia di “friendshoring” (il trasferimento delle forniture strategiche in Paesi alleati come USA, Australia e Canada) dimostra come questi strumenti non siano più solo militari, ma anche leve di potere politico ed economico nella geopolitica contemporanea.
La storia non si ripete, ma si trasforma. Si veste di nuove narrative, si muove attraverso mezzi e flussi diversi, ma le dinamiche restano fedeli al copione. Non si predice il futuro, si leggono i segnali.
E mentre Sanremo canta inni alla pace, si riscrivono vecchie partiture.















