Non ce la possono fare. E’ proprio più forte di loro. Trump e Nethanyau devono fare la guerra. Certo non tra di loro, ma contro altri: chiuso il fronte con un nemico, devono subito aprirne un altro, oppure correre a riprendere il discorso dove lo avevano lasciato. E cosi’ anche stavolta “tanto tuono’ che piovve”. Solo che a piovere sono state bombe, lanciate su cinque diverse città del’Iran. Senza contare quelle iraniane in risposta all’attacco, tuttora in corsos.
Assodato il fatto ormai che per loro il diritto internazionale sia solo carta straccia, Trump e Nethanyau colpiscono ancora. Sembra di vivere in un Risiko costante, ma pecccato che non sia un gioco. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) affermano che la loro aviazione sta conducendo “un ampio attacco su diversi obiettivi militari” nell’Iran occidentale. E lo scenario si allarga: il Centro Nazionale di Comunicazione del Bahrein rende noto che il centro di servizio della Quinta Flotta della Marina Militare statunitense ha “subito un attacco missilistico”. “Ulteriori dettagli saranno forniti a tempo debito”, aggiunge, senza attribuire l’attacco ad alcun Paese.
Il Bahrein ospita il quartier generale della Quinta Flotta, la cui area di responsabilità comprende il Golfo Persico, il Mar Rosso, il Mar Arabico e parti dell’Oceano Indiano. Nessun commento da parte delle forze armate statunitensi, sebbene l’ambasciata statunitense avesse precedentemente avvertito i cittadini di ripararsi in caso di segnalazioni di minacce di missili e droni sul Bahrein.
Trump ha subito dopo annunciato che gli Stati Uniti hanno avviato “importanti operazioni di combattimento” in Iran, accusando il regime iraniano di aver condotto una “infinita campagna di spargimento di sangue e omicidi di massa contro gli Stati Uniti“. Il presidente degli Stati Uniti afferma che l’Iran non potrà mai avere un’arma nucleare. Trump afferma che l’Iran ha respinto ogni opportunità di rinunciare alle sue ambizioni nucleari e ha continuato a sviluppare missili a lungo raggio che possono minacciare gli alleati in Europa, le truppe statunitensi all’estero e “potrebbero presto raggiungere la patria americana“. Si capisce che il condizionale è d’obbligo.
Afferma che gli Stati Uniti raderanno al suolo l’industria missilistica iraniana e “annienteranno” la sua Marina.
Poi, da novello Messia liberatore degli oppressi (lui si’, mica le Nazioni Unite) si rivolge direttamente agli iraniani e dice: “L’ora della vostra libertà è vicina“, e li invita a “prendere il controllo del vostro governo”. E ha aggiunto:
“Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni”.
Ha anche detto ai membri delle forze di sicurezza iraniane che otterranno “immunità” se deporranno le armi, altrimenti “affronteranno una morte certa“. Shakespeare si sta ribaltando nella tomba, posto che ne abbia una.
All’inizio di gennaio Trump aveva minacciato di bombardare l’Iran, proprio mentre le forze di sicurezza reprimevano le proteste antigovernative in tutto il paese, uccidendo almeno 6.480 persone. Aveva avvertito che i responsabili avrebbero “pagato un prezzo elevato” e aveva garantito ai manifestanti che “gli aiuti sono in arrivo”. Secondo lui questi “aiuti” sono le bombe. Evidente. Eppure, lo stesso presidente aveva dichiarato solo pochi giorni fa di aver ricevuto rassicurazioni dal governo iraniano che “le uccisioni sono cessate”: percio’ la sua attenzione si è spostata sul programma nucleare del Paese, al centro di una lunga disputa con l’Occidente. A conferma che la necessità di trovare un pretesto per attaccare supera qualunque soglia di ragionevolezza.
Come canterebbe Riccardo Cocciante, “era già tutto previsto“.
Intanto, dopo aver colpito gli uffici di Khamenei col primo attacco, uccidendolo, Israele ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. E ha annunciato quello che ha descritto come un “attacco preventivo contro l’Iran“. Detto tra noi, in nessun documento ufficiale delle istituzioni internazionali esiste il concetto di attacco preventivo: è una categoria irriconoscibile e ingiustificabile inventata dagli Stati Uniti per “esportare democrazia“.
L’Operazione militare è già stata battezzata “il ruggito del leone“. E infatti qui, più che tra capi di Stato sembra di stare al circo.














