In Mesopotamia, tra l’attuale Iran e Iraq le donne hanno sempre lottato contro il patriarcato con gesti rischiosi e plateali che non le hanno mai fermate
Mesopotamia e Iran sono state storicamente unite e con intensi scambi culturali che inclusi quelli relativi alla condizione delle donne. In Mesopotamia seimila anni fa la subordinazione delle donne nella famiglia diventa istituzionalizzata e codificata dalla legge. I Babilonesi scrivevano su tavolette di creta con un osso delle forme piramidali (scrittura cuneiforme) e avevano norme di Diritto che con il primo Codice di Hammurabi (1750 a.C.) regolamentano il funzionamento della società, incluso il matrimonio e la prostituzione. Le donne delle élite mesopotamiche erano sicuramente trattate con rispetto per saggezza e autorità come risulta da alcuni resti figurativi. La stabilità del potere prevedeva una vita attiva di mogli, concubine e figlie, come titolari di un ruolo di “moglie-vicaria” in un vassallaggio ante litteram.
Questa iniziale opportunità con padri e mariti subisce poi un crollo con il fenomeno della schiavitù, prima forma istituzionalizzata di dominio gerarchico nella storia umana, su cui si fondò lo sviluppo della civiltà antica, la sessualità e il potere riproduttivo delle donne diventano merce da scambiare.
Nei conflitti non si fanno prigionieri maschi, solo le donne vengono salvate insieme ai figli, poiché accetteranno qualsiasi sottomissione per tutelarli e se la donna catturata non ne aveva, veniva rapidamente stuprata.

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L’impatto dello stupro delle donne conquistate fu duplice, disonorava le donne e fungeva da castrazione simbolica dei loro uomini, nelle società patriarcali gli uomini che non sono in grado di proteggere la purezza sessuale delle proprie mogli, sorelle e figlie risultano impotenti e disonorati.
La pratica di stuprare le donne del gruppo sconfitto è rimasta una caratteristica della guerra e della conquista dal II millennio a.C., fino al presente dei pasdaran che fanno violenza anche alle connazionali.















