Molti analisti internazionali sono concordi nell’affermare che è iniziata la prima guerra del Board of Peace di Trump: un tentativo univoco di cambio di regime in collaborazione con Israele, privo di fondamento giuridico, lanciato nel bel mezzo degli sforzi diplomatici avviati per evitare un conflitto, con una consultazione minima sia con il Congresso che con l’opinione pubblica americana, oltre alla totale assenza delle Nazioni Unite.
Il discorso registrato di Trump, durato otto minuti e andato in onda dopo le prime bombe, ha chiarito che non si tratta di un attacco limitato per convincere Teheran a fare concessioni durante i negoziati.
Si apre la strada all’opposizione iraniana e alle minoranze etniche del Paese per sollevarsi e rovesciare il regime.
“È tempo che tutto il popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, baluci e akhvakh – si liberi del peso della tirannia e dia vita a un Iran libero e in cerca di pace”, ha dichiarato Trump.
Ma non ci sono akhvakh in Iran. Sono una piccola minoranza in Daghestan. Che strano: chi gli ha scritto il discorso?
Coordinando il messaggio e i missili, Netanyahu ha poi affermato che il suo Paese si è unito alla guerra “per rimuovere la minaccia esistenziale rappresentata dal regime terroristico in Iran”.
Gli obiettivi dell’attacco congiunto mettono in dubbio la possibilità che ci fossero mai state vere prospettive di successo per i negoziati tra Stati Uniti e Iran delle settimane precedenti, in cui i delegati avevano discusso di possibili limiti all’arricchimento dell’uranio.
Quei colloqui si erano svolti all’ombra di ciò che Trump ha definito la sua “bellissima armata” radunata in Medio Oriente, la più grande forza statunitense nella regione dopo la sfortunata invasione dell’Iraq del 2003. Ora sembra che solo una completa capitolazione dell’Iran possa impedire a questa potenza americana di scatenarsi.
In un recente passato Trump si è pure scagliato contro la follia della guerra in Iraq. Ha condotto due campagne elettorali per bloccare gli introiti militari statunitensi all’estero, e ha fatto pressioni per ottenere il premio Nobel per la pace.
Appena 10 giorni prima di dichiarare guerra, aveva ospitato la riunione inaugurale del suo Consiglio per la Pace, che avrebbe dovuto risolvere i conflitti non solo in Medio Oriente ma in tutto il mondo.
Quella riunione ha portato a Washington leader e alti funzionari di 27 stati diversi, la maggior parte dei quali autocrazie, per elogiare Trump come costruttore di pace.
A quel punto, tuttavia, la maggior parte degli alleati tradizionali di Washington in Europa (e oltre) erano già profondamente scettici sulle motivazioni di Trump, e si erano tenuti alla larga.
Il Board of Peace è stato venduto al Consiglio di sicurezza ONU a novembre scorso come l’unica via per porre fine al massacro di Gaza, ma era già chiaro che si trattava di una truffa. Le Nazioni Unite si sono fatte vendere un organismo rivale del Consiglio di sicurezza, di cui Trump è unico responsabile.
L’attacco all’Iran è una chiara violazione della Carta di San Francisco, in assenza di una minaccia iraniana credibile, diretta e imminente per gli Stati Uniti. Nel tentativo di giustificarsi, Trump ha denunciato la leadership di Teheran come “un gruppo vizioso di persone molto dure e terribili” e 47 anni di inimicizia tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica.
In questo mezzo secolo l’Iran non ha mai rappresentato una minaccia militare minore di adesso, indebolito sia dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele dello scorso giugno (che ne ha compromesso le difese) sia da decenni di sanzioni dall’estero. Senza dimenticare i decenni di ribellione da parte degli stessi iraniani, scesi spesso in massa nelle piazze per protestare contro il regime.
Nel Consiglio per la Pace, tuttavia, Trump non è tenuto a giustificarsi. Non ci sono regole, se non quelle lui si inventa.
E le regole del diritto Internazionale, o di quello dei conflitti bellici, a Trump non sono mai interessate.
È diventato sempre più chiaro che il Board non è un forum per la risoluzione dei conflitti, ma un veicolo per gli interessi politici e finanziari del presidente. I governi che hanno aderito come membri si trovano ora complici di una guerra che pochi di loro desiderano.
Non è del tutto chiaro cosa abbia trasformato Trump da presidente di pace a presidente di guerra, ma ci sono indizi: in patria subisce battute d’arresto, con una popolarità in calo in vista delle elezioni di medio termine e la critica da parte della Corte Suprema di usare i dazi come strumento abituale di politica estera.
Inoltre, la nube di sospetto sulla relazione di Trump con Epstein non è stata dissipata, nonostante i grandi sforzi del Dipartimento di Giustizia per limitare le rivelazioni sulle attività di traffico di minori del finanziere dedito ai reati sessuali.
Pochi giorni prima dell’inizio della guerra il senatore democratico Chuck Schumer ha dichiarato: “Sono davvero preoccupato, perché (Trump) diventa quasi pazzo quando è nei guai. Sono preoccupato per quello che potrebbe fare in Iran”.
A febbraio Trump aveva avvertito il primo ministro norvegese di non sentirsi più “in obbligo di pensare esclusivamente alla pace”. Per lui la guerra ha iniziato a sembrare una distrazione migliore della pace. Era entusiasta del raid audace e riuscito in Venezuela a gennaio, quando le sue forze speciali hanno portato fuori dal paese Maduro, senza una sola vittima statunitense.
Trump conta adesso su uno spettacolare successo in Iran, trasmesso in diretta, per trascinare il suo paese con sé, ora che i sondaggi mostrano come solo un quarto dell’elettorato statunitense sostiene una nuova guerra in Medio Oriente.
Le regolari conferenze stampa davanti alle telecamere al Pentagono erano un appuntamento storico, ma il Dipartimento della Guerra (così recentemente rinominato) non ne teneva una da dicembre.
Il Congresso, che in teoria ha la prerogativa costituzionale di decidere se gli Stati Uniti entrano o meno in guerra, è stato messo da parte. Otto leader del Congresso di entrambi i partiti sono stati informati solo poche ore prima dell’attacco. Nessun senatore democratico riporta di aver mai ricevuto una sola valida ragione per cui il Paese debba entrare in guerra ora.
La storia di ripete: nel 2003, la strada verso la guerra in Iraq era lastricata di bugie su armi di distruzione di massa inesistenti. Oggi la strada verso il nuovo conflitto in Iran, 23 anni dopo, è stata segnata da incoerenza o silenzio.
La storia suggerisce che è molto difficile abbattere regimi radicati con i soli bombardamenti aerei, e ora che è stato chiarito al governo di Teheran che si tratta di una lotta esistenziale, ci si può aspettare che l’Iran cerchi di infliggere il massimo danno ai suoi aggressori con tutto ciò che ha a disposizione.
Le forze iraniane avrebbero a portata di mano un’ampia gamma di obiettivi, tra cui navi (militari e commerciali) nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. L’uso selettivo degli obiettivi si è dimostrato efficace per gli alleati di Teheran: le forze Houthi in Yemen hanno mancato di poco una portaerei statunitense con uno dei loro missili. Oggi gli Houthi potrebbero benissimo partecipare alla risposta iraniana, consapevoli che la sconfitta del regime li priverebbe del loro principale sponsor. E lo stesso vale per Hezbollah che, sebbene molto indebolito dai bombardamenti israeliani dello scorso anno, ha già ricostruito parte della sua forza.
In tutte le esercitazioni belliche virtuali condotte finora a Washington e al Pentagono, gli scenari di guerra in Medio Oriente riportano che una o due navi da guerra sarebbero comunque affondate. Ciò spingerebbe Trump a reagire in modo devastante. Ma dopo aver scatenato un’altra grande guerra in Medio Oriente, non ci sarà nessun modo per lui di poter inquadrarla come una vittoria. La sua presidenza ne potrebbe uscire completamente eclissata.
Intanto, il ministro degli Esteri dell’Oman Badr Albusaidi, che pochi giorni fa ha mediato l’ultimo round di colloqui tra Teheran e Washington, ha scritto: “Sono sgomento. Negoziati seri e attivi sono stati compromessi. Esorto gli Usa a non farsi ulteriormente coinvolgere. Questa non è la vostra guerra”.
Lucia Abbatantuono
















Il suo articolo offre spunti di riflessione importanti per comprendere l’evoluzione della crisi mediorientale e le implicazioni sul diritto internazionale e sulla diplomazia globale. Grazie per il suo impegno giornalistico e per aver approfondito un tema di così grande rilevanza. Con stima. P.R.