La guerra oltre il fronte

Mondo

Di

Blackout, algoritmi, riconoscimento facciale: come Iran, Cina, Stati Uniti, Europa trasformano tecnologie digitali in strumenti di controllo

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei e di altri vertici istituzionali, il numero delle vittime e le possibili conseguenze geopolitiche hanno concentrato l’attenzione mondiale sulle dinamiche militari. Tuttavia, un altro fenomeno, altrettanto rilevante, è passato in secondo piano.

 

La guerra ha fornito al regime iraniano la scusa politica per consolidare sistemi di controllo già esistenti e integrarli stabilmente nella gestione del potere.

 

Secondo Access Now, un’organizzazione internazionale che monitora i diritti digitali e la libertà di accesso a internet,  e della coalizione #KeepItOn, aggiornati da un comunicato UNESCO di gennaio 2026, tra inizio 2024 e inizio 2026 sono stati segnalati almeno 300 blackout imposti dai governi in più di 54 paesi, con un impatto diretto sulla libertà di accesso alle informazioni e alle comunicazioni.

 

Teheran e l’app Nazer

Uno degli strumenti chiave introdotti dalle autorità iraniane è l’applicazione Nazer, pensata per segnalare “infrazioni” al codice di abbigliamento, soprattutto il mancato rispetto dell’hijab obbligatorio. Il nome significa letteralmente “sorvegliante” o “supervisore” in persiano.

 

Distribuita in modo controllato, funziona solo all’interno della National Information Network (NIN), l’intranet nazionale, che limita l’accesso alla rete globale. L’app può essere usata solo da cittadini “vetted”, autorizzati cioè dalle forze di sicurezza. L’utente inserisce posizione, ora e targa di un veicolo sospetto, le informazioni confluiscono in “backend” (sistemi) centralizzati e possono generare multe, sequestri o altre sanzioni amministrative.

 

Non esistono dati ufficiali completi, ma rapporti delle Nazioni Unite indicano che decine di migliaia di segnalazioni sono state utilizzate dalle autorità, con almeno 8.000 veicoli sequestrati. L’elemento chiave non è l’app in sé, ma la sua integrazione in un’infrastruttura statale, che consente archiviazione, correlazione e riutilizzo sistematico dei dati nel tempo.

 

Algoritmi di analisi dei dati classificano profili di rischio e possono influenzare libertà di movimento e accesso ai servizi (ph. Michal Jakubowski-Unsplash)

 

Modelli globali di sorveglianza permanente

Il modello iraniano non è isolato. Situazioni analoghe si osservano in Cina, Corea del Nord, Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, in alcune aree dell’Africa e dell’America Latina, e in India, dove tecnologie digitali, sistemi biometrici e piattaforme di monitoraggio vengono integrate in modo strutturale per osservare e disciplinare comportamenti sociali e politici.

 

In Cina, il sistema di sorveglianza digitale si è sviluppato per decenni. Stime di settore indicano oltre 700 milioni di telecamere collegate a database biometrici e piattaforme di riconoscimento facciale.

 

Progetti come Skynet e Sharp Eyes combinano sensoristica, intelligenza artificiale e dati per costruire un modello di gestione sociale permanente, applicato anche in province come lo Xinjiang e poi adottato in altre aree dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Africa.

 

La Corea del Nord, pur con informazioni pubbliche limitate, ha integrato tecnologie importate in una rete di controllo interno già capillare, con sistemi di tracciamento a scuole, strade e spazi pubblici.

 

In Russia, iniziative come “Safe City”, combinano videocamere, riconoscimento facciale e geolocalizzazione. Anche se ufficialmente l’obiettivo è la sicurezza urbana, queste reti possono essere utilizzate per monitorare manifestazioni e dissidenti.

 

Nel contesto israelo-palestinese, l’impiego di tecnologie biometriche ai checkpoint e negli insediamenti è stato oggetto di critiche per la raccolta e la correlazione dei dati senza consenso esplicito e per l’uso di algoritmi che classificano profili di rischio e influenzano la libertà di movimento dei cittadini.

 

Export tecnologico

Tecnologie simili si stanno diffondendo anche negli Stati del Golfo. Negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e in Egitto, progetti di smart city integrano videoanalisi, biometria e sistemi di “predictive policing” per monitorare traffico, flussi urbani e comportamenti.

 

In diverse aree dell’Africa e dell’America Latina, forze di polizia e autorità adottano sistemi di riconoscimento facciale, spesso giustificati come strumenti di contrasto alla criminalità. Ma questi strumenti sono scarsamente regolati e operano quasi sempre al di fuori di garanzie legali e di trasparenza.

 

In India, città come Mumbai o Delhi, sono tra le più videosorvegliate al mondo, con reti CCTV integrate a sistemi di analisi dati per il monitoraggio urbano. Pur in assenza di un controllo centralizzato comparabile a quello cinese, la crescente dipendenza da queste tecnologie solleva interrogativi su sicurezza e tutela della privacy.

 

Dalle smart city ai sistemi di sicurezza nazionale, la sorveglianza digitale si espande anche nelle democrazie consolidate (ph. Pexels)

Democrazie e sorveglianza digitale

Anche in democrazie consolidate emergono dinamiche complesse. Nel Regno Unito, proposte di legge hanno ampliato l’uso del riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia con accesso a database nazionali.

 

Negli Stati Uniti, archivi biometrici e database di volti digitali vengono impiegati per identificazioni automatizzate. Studi recenti hanno evidenziato tassi di errore più elevati nei confronti di persone appartenenti a minoranze etniche, con il rischio di falsi positivi e di essere indagati senza aver fatto nulla.

 

Nell’Unione Europea strumenti normativi come il GDPR e l’AI Act, cercano di imporre limiti alla raccolta e all’uso dei dati, ma il dibattito sull’equilibrio tra sicurezza pubblica e diritti fondamentali resta aperto.

 

Il mondo non cambia. Prima la spia eri tu, o il tuo vicino, ora sei ancora tu, solo che la tua “cittadinanza attiva” è diventata elegante, tecnologicamente avanzata e con dashboard, filtri e algoritmi a fare il lavoro sporco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Traduci
Facebook
Twitter
Instagram
YouTube