”La giustizia senza forza è impotente, la forza senza giustizia è tirannica.”
— Blaise Pascal
In questa tormentata stagione di riforme, la politica italiana si trova a un bivio che, fino a pochi mesi fa, sembrava segnato da un esito scontato e quasi inerziale. La separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, pilastro storico del pensiero liberale e di quel garantismo di matrice anglosassone mai pienamente digerito dal nostro ordinamento, pareva destinata a una facile e trionfale vittoria referendaria. Eppure, a meno di un mese dall’appuntamento alle urne fissato per il 22 e 23 marzo 2026, il vento è cambiato in modo drastico. I sondaggi più recenti mostrano un recupero del fronte del “No” che ha dell’incredibile, prefigurando un testa a testa che mette i brividi ai sostenitori della riforma e galvanizza un’opposizione che sembrava inizialmente priva di argomenti solidi.
Ma come siamo arrivati a questo punto di rottura? La risposta, per chi osserva il fenomeno senza le lenti del tifo partitico, non risiede esclusivamente nell’ostruzionismo delle correnti togate o nella resistenza conservatrice dell’Associazione Nazionale Magistrati. La verità, amara e profondamente paradossale, è che il recupero del No è in gran parte colpa del fronte del Sì, o meglio, di come la compagine governativa e i suoi alleati mediatici hanno deciso di interpretare, narrare e strumentalizzare questa battaglia di civiltà giuridica.
L’altare del fanatismo bipolare
Il peccato originale di questa campagna elettorale risiede nell’aver deliberatamente sacrificato l’oggetto specifico del referendum sull’altare del fanatismo bipolare. Invece di spiegare con pazienza pedagogica agli italiani perché sia fondamentale che chi accusa (il Pubblico Ministero) e chi giudica (il Giudice) appartengano a ruoli, concorsi e destini professionali distinti — al fine di garantire l’effettiva imparzialità del processo — si è preferito trasformare il voto in una sorta di ordalia sulla tenuta del governo.
Il meccanismo comunicativo è diventato perversamente binario: se voti Sì, sei con il governo e con la sua visione dell’Italia; se voti No, appartieni al fronte del “fango” o dei nemici della governabilità. Questa polarizzazione estrema ha prodotto due effetti devastanti sul corpo elettorale. Da un lato, ha allontanato quegli elettori dell’opposizione che, pur essendo tecnicamente favorevoli alla riforma poiché di estrazione riformista o radicale, temono di regalare un “plebiscito” politico a un esecutivo che sentono estraneo. Dall’altro, ha inquinato il dibattito con argomentazioni che nulla hanno a che fare con il diritto costituzionale, ma molto con la propaganda securitaria e la caccia alle streghe contro le “toghe rosse”.
L’uso strumentale del garantismo
Non c’è dubbio che la magistratura associata e corporata abbia tentato, con discreto successo, di agitare lo spauracchio di un “doppiofondo normativo” inesistente. Non esiste, nel testo della riforma, alcun grimaldello tecnico che permetta al Parlamento di sottomettere direttamente il potere giudiziario all’esecutivo. Tuttavia, il governo ha fornito al fronte del No l’arma perfetta attraverso un uso indiretto e simbolico del successo referendario.
Si percepisce chiaramente la tentazione della maggioranza di utilizzare un’eventuale vittoria del Sì come una legittimazione politica a “impacchettare” una legislazione penale dal sapore autoritario — una sorta di “Ventennio democratico” fatto di nuovi reati creati ad hoc e inasprimenti di pena per categorie specifiche — sotto l’etichetta di un finto garantismo di facciata. Questa sovrapposizione tra una riforma strutturale necessaria e una prassi politica di segno opposto sta creando un cortocircuito fatale che disorienta l’elettore moderato.
Il paradosso dei sostenitori e il rischio del sorpasso
È quasi ironico, e per certi versi tragico, osservare come in molti degli scenari demoscopici attuali la vittoria del Sì dipenda paradossalmente proprio dagli elettori delle opposizioni. Sono quei cittadini che, resistendo ai “fondatissimi sospetti” sull’uso che la maggioranza farà del voto, decidono di votare a favore della riforma per coerenza ideologica con i principi del giusto processo sanciti dall’articolo 111 della Costituzione.
Tuttavia, il fronte del Sì sembra non rendersi conto che invitare a votare “Sì” come atto di ritorsione contro l’assoluzione di una capitana di una ONG o contro la scarcerazione di un attivista politico non è garantismo: è l’esatto opposto. È la giurisdizionalizzazione dell’ideologia del nemico, dove la legge non serve a proteggere l’imputato, ma a punire chi non si allinea. Chi crede davvero nella necessità di rottamare l’unità organica dell’ordine giudiziario, ereditata dallo Stato fascista del 1941, si trova oggi costretto a un “esercizio zen” quotidiano per non farsi disgustare dalla retorica dei “professionisti della forca” che, per l’occasione, hanno indossato i panni dei liberali.
L’auto-inquinamento dei pozzi referendari
Mancano tre settimane al voto e la deriva sembra difficile da arrestare se non si cambia immediatamente registro. Se il Sì vuole davvero vincere e portare l’Italia verso un sistema giudiziario moderno, deve smettere di inquinare i propri stessi pozzi con il livore politico. Non basta più denunciare le tesi false e diffamatorie della magistratura che teme di perdere i propri privilegi di casta; occorre avere il coraggio di isolare chi, all’interno della stessa maggioranza, sta trasformando una riforma liberale in un’arma di distrazione di massa o in un trofeo identitario da esibire nei talk show.
La democrazia referendaria non è un’ordalia, non è un giudizio divino in cui chi vince ha ragione su tutto e chi perde sparisce nel nulla. È un momento di scelta consapevole. Il superamento dell’assetto unitario della magistratura è un atto dovuto a uno Stato di diritto che voglia dirsi tale, ma se il prezzo da pagare è la trasformazione del voto in un plebiscito sul governo, il rischio è che il cittadino preferisca restare a casa o, peggio, rifugiarsi nel No per un semplice e sano istinto di difesa contro l’arroganza di chi crede che il consenso popolare sia un assegno in bianco per riscrivere l’equilibrio dei poteri.
Conclusione: oltre il giudizio di Dio
In conclusione, il referendum del 22-23 marzo non dovrebbe essere il palcoscenico per decretare quale sia “l’Italia migliore” o “l’Italia peggiore”. Dovrebbe essere, molto più laicamente, una scelta su come far funzionare i tribunali e come garantire che ogni cittadino, indipendentemente dalle sue idee politiche o dal suo status sociale, si senta protetto da un arbitro — il giudice — che sia realmente terzo e non un collega d’ufficio di chi lo sta accusando.
Se il No dovesse prevalere, la responsabilità storica non sarà delle bufale degli oppositori, ma dell’incapacità cronica dei sostenitori di restare fedeli al merito della riforma, preferendo la rissa da bar alla profondità del dibattito giuridico. È tempo che i veri garantisti, quelli che non cambiano idea a seconda di chi siede sul banco degli imputati, riprendano in mano la parola. Solo così il Sì potrà sperare di recuperare quella dignità che la politica politicante gli ha sottratto.
Carlo Di Stanislao















