Sorpresa al Giro: la maglia rosa… è una Citroën!

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La casa francese diventa “mobility partner” di tutte le classiche Rcs nel 2026. Il C5 Aircross sarà il protagonista su ruote della corsa rosa, dalla Strade Bianche al Lombardia.  L’accordo con Stellantis Italia segna una svolta: il marchio del Double Chevron sostituirà le auto italiane al seguito dei corridori. Si apre una nuova era per lo storico legame tra l’industria automobilistica e il ciclismo tricolore.


Inaudito: la grandeur francese si pappa i nostri miti. E noi? Noi guardiamo.

C’era una volta il Giro d’Italia. C’era una volta il ciclismo come sport popolare per eccellenza, quello che attraversava i borghi e le campagne, specchio fedele di un’identità nazionale. Oggi, a guidare la carovana della corsa rosa, non ci sarà più una freccia tricolore nel cofano. Ci sarà un Double Chevron.

L’annuncio è ufficiale: Citroën, marchio francese del gruppo Stellantis (ex Fiat, ma il passato è passato), sarà l’auto ufficiale del Giro d’Italia 2026 e di tutte le classiche organizzate da Rcs Sport. Dalla Milano-Sanremo al Giro di Lombardia, passando per la Tirreno-Adriatico, il testimone passa a un SUV francese, il C5 Aircross.

Ora, intendiamoci: non è una questione di qualità del prodotto. La Citroën è quel che è. È una questione di dignità nazionale. Proviamo a fare un semplice esercizio di immaginazione. Quando mai, nella storia, una casa automobilistica italiana avrebbe potuto mettere il naso al Tour de France? Quando mai i francesi avrebbero permesso a una Fiat o a un’Alfa Romeo di fare da apripista sulle strade dell’Alpe d’Huez? La risposta è secca: mai. Perché laggiù c’è un senso di appartenenza, una barriera culturale, un orgoglio che definiremmo “nazionalismo” se non fosse che per loro è semplicemente “buon senso”.

Da noi, invece, l’italianità è merce di scambio. L’abbiamo svenduta pezzo per pezzo. E non venite a raccontarmi la solita storia del “mercato globale” o della “multinazionale Stellantis”. Il gruppo è franco-italiano, ma quando si tratta di mettere la bandierina su un evento che è patrimonio dell’immaginario collettivo italiano, la spunta sempre l’egemonia culturale francese. Loro il loro marchio lo difendono, lo impongono, lo “piazzano”. Noi, invece, accettiamo. Sorridiamo. Incassiamo i gettoni di presenza e chiamiamo “partnership” quello che è un atto di sudditanza.

Dov’è finito il sano nazionalismo italico? Quello che faceva battere il cuore per la Lancia Fulvia che ruggiva al rally, o per la Fiat 500 che sfrecciava nei film, o per la Bianchi che accompagnava i campioni in bicicletta? Siamo diventati una colonia di passaggio, un bellissimo parco a tema dove i brand stranieri (con comodo passaporto europeo) vengono a fare i padroni di casa.

E con buona pace del generale Vannacci e dei suoi proclami sull’identità e sulle radici: mentre loro parlano, qui si consuma una sconfitta epocale. Il “primato italiano” non si difende a parole sui social, ma nei fatti. Si difende pretendendo che al Giro d’Italia, che attraversa le nostre Alpi e le nostre isole, ci sia un’auto italiana a fare da madrina. Altrimenti, il nostro orgoglio resta quello di una comparsa: ben vestita, certo, ma sempre comparsa. In attesa che qualcun altro, più furbo di noi, ci fotografi al traguardo. Con il suo telefonino, dalla sua auto, con la sua bandiera.

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