Washington avanti tutta: Trump difende l’attacco a Teheran

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L’escalation americana continua. A tre giorni dall’avvio dell’operazione militare “Epic Fury” contro l’Iran, Donald Trump sostiene che i risultati siano superiori alle previsioni, nonostante la perdita di quattro soldati americani, e lancia un nuovo avvertimento a Teheran: le fasi più dure devono ancora arrivare.

Nel primo intervento pubblico dopo l’attacco, durante una cerimonia alla Casa Bianca per la consegna della Medaglia della Libertà ai veterani della Seconda guerra mondiale e del Vietnam, il presidente ha affermato che l’offensiva “su vasta scala è in pieno svolgimento” e che i vertici iraniani sarebbero stati colpiti “in un’ora”, a fronte di un piano che inizialmente prevedeva quattro settimane di operazioni.

In precedenza, in un’intervista, aveva adottato toni ancora più duri: “Stiamo infliggendo colpi devastanti all’Iran. Non abbiamo ancora iniziato la parte più pesante dell’intervento. La vera offensiva deve ancora partire”.

Ipotesi truppe sul terreno

Trump, come il capo del Pentagono Pete Hegseth, non ha escluso la possibilità di schierare militari americani sul campo. “Non prometto che non ci saranno soldati. Probabilmente non serviranno, ma se sarà necessario li invieremo”, ha precisato.

Quanto alla durata dell’operazione, il presidente ha spiegato che gli Stati Uniti sono pronti a proseguire oltre le quattro o cinque settimane ipotizzate all’inizio, pur sostenendo che l’azione stia procedendo più rapidamente del previsto.

Le priorità strategiche

Il presidente ha indicato quattro obiettivi principali dell’intervento:

  • Eliminare le capacità missilistiche iraniane.

  • Distruggere la flotta navale di Teheran.

  • Impedire in modo definitivo all’Iran di sviluppare armi nucleari.

  • Bloccare il sostegno iraniano a milizie e gruppi armati oltre i propri confini.

Secondo Trump, l’Iran disponeva già di missili capaci di raggiungere l’Europa e le basi statunitensi nell’area, e si stava avvicinando alla possibilità di colpire direttamente il territorio americano.

La scelta di intervenire, ha spiegato, è maturata dopo i colloqui di Ginevra ed è stata comunicata al Pentagono nel pomeriggio di venerdì 27 febbraio. “Era l’ultima e migliore opportunità”, ha dichiarato, definendo il programma balistico iraniano una minaccia “evidente e gigantesca”.

Non è mancata una critica agli alleati che hanno preso le distanze dall’operazione: “Ci sostenevano tutti, ma non hanno avuto il coraggio di ammetterlo”.

La rottura sull’intesa nucleare: tensioni politiche interne

Trump ha inoltre rivendicato la decisione presa nel 2018 di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano siglato durante la presidenza di Barack Obama, giudicandolo “un accordo pericoloso” che avrebbe consentito a Teheran di dotarsi dell’arma atomica già da anni.

Nel frattempo, negli Stati Uniti si intensifica il dibattito sull’intervento militare deciso dalla Casa Bianca. Un sondaggio Reuters/Ipsos, condotto prima che fosse resa nota la morte dei quattro soldati, indica che solo il 25% degli americani approva la guerra contro l’Iran.

I democratici chiedono il voto su una risoluzione relativa ai poteri di guerra, mentre il segretario di Stato Marco Rubio, insieme al direttore della Cia John Ratcliffe e al generale Dan Caine, ha informato i vertici del Congresso sull’andamento dell’operazione, in attesa di un briefing esteso a Camera e Senato.

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