Tra speranze di continuità e paure di ricaduta: a Pescara il Bari cerca conferme nella difficile corsa salvezza
Dopo due vittorie consecutive il Bari si presentava al derby dell’Adriatico ancora con l’ossigeno addosso, ma forse — almeno per il momento — non più in terapia intensiva. I sei punti raccolti avevano riacceso una fiammella nella corsa alla salvezza e la trasferta di Pescara diventava l’occasione per provare a darle continuità. Ma guai a pensare a una formalità.
Gli abruzzesi, pur ultimi in classifica, stavano mostrando segnali di risveglio e avevano tutta l’intenzione di vendere cara la pelle. Una di quelle partite, insomma, in cui il Bari era chiamato a confermare i timidi progressi delle ultime settimane senza abbassare la guardia. Anche perché i risultati delle concorrenti, maturati tra ieri e oggi, avevano nuovamente complicato la classifica, rispedendo i biancorossi al penultimo posto e ridimensionando, almeno in parte, l’entusiasmo generato dalle due vittorie consecutive.
E poi c’era quel timore che accompagna spesso le domeniche del Bari: che l’avversario di turno, soprattutto se in difficoltà, trovi proprio contro i biancorossi la serata della svolta, trasformandosi improvvisamente in una specie di Real Madrid. Una tentazione che il Pescara, fanalino di coda ma ancora vivo, non sembrava affatto disposto a lasciarsi sfuggire.
A sorpresa tornano Pucino e Nikolaou, mentre De Pieri parte da titolare. Questa la formazione mandata in campo da Longo: Cerofolini, Mantovani, Odenthal, Nikolaou, Pucino, Maggiore, Artioli, Dorval, De Pieri, Rao, Moncini.
Distrazioni e poca reazione: Pescara avanti di due gol
Il Bari prova a partire con buona volontà e il primo squillo è biancorosso: Pucino si incunea in area e serve Dorval, che però non riesce a colpire bene il pallone. È solo un lampo, perché poco dopo la partita prende subito una piega storta.
Il Pescara passa al 13’ sfruttando una leggerezza del Bari su rimessa laterale: palla persa da Nikolaou, cross di Cagnano e Di Nardo, da posizione decentrata, trova il gol. Una rete quasi assurda per come nasce e che conferma Di Nardo come una nuova, ennesima bestia nera del Bari dopo il gol già segnato all’andata.
Dopo lo svantaggio i biancorossi si smarriscono e subiscono il Pescara senza reagire davvero. Solo intorno alla mezz’ora arriva una vera occasione: ripartenza di De Pieri che serve Moncini, ma l’attaccante, solo davanti al portiere, spreca calciando alto. Lo stesso De Pieri poco dopo si fa ammonire per fermare una ripartenza avversaria.
Il Pescara resta più vivo: Acampora prova la conclusione e Cerofolini para con qualche difficoltà, mentre Nikolaou si rende ancora protagonista di un disimpegno leggero che per poco non diventa pericoloso.
Al 40’ arriva anche il raddoppio: calcio di rigore trasformato da Insigne. Nel finale lo stesso Insigne sfiora il terzo gol ma spreca. Il primo tempo si chiude con un Bari irriconoscibile rispetto alle ultime due partite: un’unica occasione con Moncini e poco altro, mentre il Pescara segna due volte meritatamente e ne sfiora almeno altre due. Appare inspiegabile la scelta di Longo di far giocare Nikolaou in difesa e Pucino come esterno di destra, due soluzioni dannose ed inutili.
Secondo tempo da incubo: il Pescara dilaga, il Bari scompare
Il secondo tempo si apre con una rivoluzione: Longo cambia tre uomini tutti insieme — dentro Cistana, Esteves e Traorè al posto di Nikolaou, Dorval e Artioli — segno evidente che qualcosa andava scosso. Ma il tentativo dura lo spazio di pochi istanti.
Dopo appena due minuti il Pescara riparte in contropiede e Di Nardo firma il terzo gol. Una mazzata che trasforma la partita in una lunga agonia per il Bari, incapace di reagire e sempre più in balìa degli abruzzesi. Anzi, è ancora il Pescara a sfiorare il quarto gol, sempre con Di Nardo, mentre i biancorossi sembrano tornati improvvisamente quelli smarriti dei momenti peggiori della stagione.
La prima timida risposta arriva con un tiro alto di Esteves, troppo poco per cambiare l’inerzia di una gara che ormai scivola verso l’umiliazione. Insigne prova ancora il suo repertorio con il classico tiro a giro costringendo Cerofolini a una grande parata, con Cistana inspiegabilmente fermo sul palo. Ma il gol è solo rimandato: sulla respinta corta del portiere dopo un tiro di Di Nardo arriva Valzania che firma il quarto.
Longo prova anche la carta Bellomo al posto di De Pieri e poi Cuni per Rao, ma ormai i cambi non servono più a nulla. Non per il risultato, già segnato, quanto per la totale assenza di reazione. Il Pescara continua a tirare da ogni posizione – Cerofolini deve intervenire più volte evitando un passivo ancora più pesante – mentre il Bari non riesce praticamente mai ad affacciarsi nell’area avversaria, se non con un lontano tentativo di Esteves.
Le facce smarrite dei giocatori raccontano più di qualsiasi analisi: il Pescara continua ad attaccare come se la partita fosse ancora aperta, prendendo a pallonate un Bari irriconoscibile. E se fa impressione vedere una squadra dominare così, lo fa ancora di più sapere che quella squadra è l’ultima in classifica. Per il Bari resta solo l’attesa del fischio finale, come si aspetta la fine di un’agonia. Galipò l’arbitro dimostra buon senso concedendo solo due minuti di recupero per non umiliare ulteriormente il Bari.
Una resa senza spiegazioni
Ci sono sconfitte e poi ci sono le umiliazioni. Quella di Pescara appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Non tanto per il risultato – già pesante di per sé – ma per l’arrendevolezza mostrata dal Bari, incapace di opporre la minima reazione a una squadra che era ultima in classifica e che si presentava peraltro con diversi problemi di formazione, tra infortuni e squalifiche. Eppure il copione è sempre lo stesso: quando il Bari incontra una squadra rattoppata, succede regolarmente l’incredibile.
Non è la prima volta. Gli archivi della memoria barese sono pieni di episodi simili. Il più clamoroso resta forse quello di Virtus Francavilla-Bari del 2017, in Serie C: i padroni di casa si presentarono con una decina di assenze tra squalificati e infortunati, con mezza dirigenza pure appiedata dal giudice sportivo. Risultato: 3-0 per la Virtus e Bari annichilito. Un film già visto. E anche questa volta la sceneggiatura non è cambiata.
Il problema, però, non è perdere. Nel calcio si può perdere. Il problema è come. Nemmeno in certe goleade internazionali – quelle partite in cui nazionali minuscole vengono travolte da potenze del calcio mondiale – si assiste a una resa così totale. Perfino in quelle circostanze, almeno per orgoglio, qualcuno prova a reagire. Qui no. Qui si è vista una squadra svuotata, spaesata, quasi rassegnata.
E allora il dubbio sorge spontaneo. Non accuse, non insinuazioni – sia chiaro – ma interrogativi legittimi sì. Perché al di là dei limiti strutturali della rosa costruita male, prestazioni così inspiegabili, proprio in una fase delicatissima del campionato, lasciano più domande che risposte. Se questa squadra vuole salvarsi, dovrebbe giocare con il coltello tra i denti. A Pescara invece è sembrata assistere alla propria disfatta con una passività quasi rituale, come quei fenomeni di suicidio collettivo che la storia ricorda in alcune sette millenariste, dove il destino appare già scritto e nessuno prova davvero a opporsi.
E così i sei punti conquistati nelle due partite precedenti sembrano già una sbornia svanita all’alba. Nessuno spirito rigenerato, nessuna consapevolezza nuova. Il Bari visto a Pescara è tornato quello di un mese fa: fragile, confuso, incapace di stare dentro la partita. E questo rende la sconfitta ancora più grave, perché la classifica imponeva tutt’altro atteggiamento. Quella di oggi non era una gara qualunque: era una finale. E il Bari l’ha giocata come una squadra già sconfitta prima di scendere in campo.
Ci sarebbe quasi da citare Dante, quando nel III canto dell’Inferno scrive: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa». È la tentazione che viene davanti a una prestazione del genere. Perché raccontarla non è semplice: o scappa l’imprecazione, o si rischia di andare oltre con le parole, oppure resta soltanto il silenzio. Ma una cosa è certa: prestazioni del genere non sono semplicemente brutte, sono indegne della maglia che si indossa.
E poi c’è il capitolo dei singoli. Su Nikolaou si è avuta l’ennesima dimostrazione di quanto sia fragile la linea difensiva. A Bari di “bidoni” ne sono passati tanti – la memoria dei tifosi è lunga – ma il greco rischia seriamente di entrare tra i primi posti della classifica. Perfino il peggior Lorenzo, quello che prima di diventare campione del mondo nel 1982 fece disperare molti allenatori, sembrava più affidabile di quanto si sia visto oggi.
Il dato più doloroso resta però un altro: il Bari è stato ridicolizzato dall’ultima in classifica. Non battuto. Ridicolizzato. E quando succede, forse la cosa più dignitosa sarebbe davvero sparire per una settimana, chiudersi nello spogliatoio e chiedersi — con la massima sincerità possibile — dove si vuole andare. Perché giocando così l’unica risposta che arriva dal campo è una sola, e non ha nulla di rassicurante.
Ed il Bari col Pescara è recidivo: nel 1981 quando, da ultimo in classifica, batté il Bari per 2-0 con doppietta di Mazzarri. Sui giornali locali il giorno dopo apparve un titolo “Da Pescara, grazie Bari”. Ecco, anche domani, forse, rileggeremo un titolo simile.
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