Smart working, lo studio europeo: “Il modello ibrido aumenta la soddisfazione dei lavoratori”

Diritti & Lavoro

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Ricerca su 14.000 dipendenti in sette Paesi. Bene chi lavora parte della settimana da remoto, male chi sta sempre a casa

di Roberto Cefalo

MILANO – Lavorare da casa? Sì, ma non tutti i giorni. È questa la sintesi che emerge dalla ricerca europea REMAKING, presentata il 12 febbraio al Politecnico di Milano davanti a una platea di rappresentanti istituzionali, sindacali e del mondo delle imprese. I numeri parlano chiaro: il lavoro completamente da remoto riduce la soddisfazione di vita, mentre il modello ibrido – alternando giorni in ufficio e da casa – migliora l’equilibrio vita-lavoro e il benessere complessivo.

Lo studio, che ha coinvolto 14.000 lavoratori della conoscenza in Italia, Germania, Grecia, Portogallo, Irlanda e Repubblica Ceca, rivela che il 41,8% degli intervistati lavora da remoto almeno in parte. Ma è la modalità ibrida a fare la differenza: chi lavora da casa solo alcuni giorni alla settimana risulta più soddisfatto di chi lo fa sempre, sfatando così il mito del lavoratore completamente svincolato dall’ufficio.

I fattori che fanno la differenza

La ricerca, coordinata dall’Università di Bologna nell’ambito del progetto europeo REMAKING, identifica con precisione i fattori che aumentano la soddisfazione: avere figli, un livello di istruzione elevato, impiegare meno tempo negli spostamenti casa-lavoro e, appunto, lavorare da remoto solo alcuni giorni. Al contrario, la soddisfazione cala per chi è sempre a casa, per le lavoratrici donne, per gli stranieri e per i lavoratori autonomi.

“Questi risultati dovrebbero far riflettere i decisori politici”, spiega Ilaria Mariotti, professoressa di economia urbana al Politecnico di Milano e responsabile del caso di studio italiano. “Il lavoro a distanza può diventare una politica per la famiglia, che incrocia tre obiettivi: l’aumento della natalità, l’aumento del benessere e la partecipazione al lavoro, soprattutto femminile”.

Il caso del Comune di Milano

L’indagine ha approfondito il caso del Comune di Milano, dove sono stati intervistati 56 dipendenti. Qui lo smart working, concesso per due giorni alla settimana, è considerato uno dei principali fattori di fidelizzazione. “È uno strumento di attrazione dei talenti”, conferma la ricerca.

Ma c’è di più. Il Comune ha attivato 24 spazi di “near working” – uffici decentrati o biblioteche pubbliche – con 124 postazioni di lavoro. Un’idea che piace soprattutto a chi abita fuori Milano e impiega fino a 90 minuti per raggiungere la sede centrale. La maggior parte di chi usa questi spazi ha carichi di cura: figli piccoli, genitori anziani o familiari fragili.

“Il tempo che i lavoratori risparmiano negli spostamenti può essere dedicato alla cura della famiglia, ma anche del territorio e del quartiere”, osserva Mariotti. “È una concezione valoriale dello smart working, che promuove la partecipazione pubblica”.

Le criticità da non sottovalutare

Non mancano però i lati negativi. Gli intervistati segnalano la necessità di doppia attrezzatura – un computer in ufficio e uno a casa – e il rischio di isolamento nei giorni di lavoro da remoto. C’è poi la riduzione delle interazioni informali, quelle conversazioni davanti alla macchinetta del caffè che spesso favoriscono la creatività e lo scambio di idee. In alcuni team si rilevano anche dinamiche di sfiducia.

Per questo motivo, nel workshop di ieri sono emerse raccomandazioni precise: l’ufficio deve diventare un luogo attrattivo, dove scambiare idee e favorire la socializzazione, non solo uno spazio dove svolgere compiti routinari. E servono politiche integrate tra Comuni, aree metropolitane e Regioni per gestire al meglio questa trasformazione.

La posizione del sindacato

Al workshop ha partecipato anche Marco Carlomagno, segretario generale della FLP (Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche). “I risultati confermano quello che sosteniamo da tempo”, ha dichiarato. “Il lavoro a distanza, se ben regolamentato e organizzato in forma ibrida, migliora la qualità della vita. Ma servono garanzie: diritto alla disconnessione, rimborsi per le attrezzature, tutela contro controlli invasivi”.

La ricerca REMAKING non si ferma al caso italiano. Il progetto analizza anche il nomadismo digitale, i settori hi-tech e i lavoratori costretti a fuggire da zone di guerra come l’Ucraina. L’obiettivo è fornire raccomandazioni politiche all’Unione Europea per costruire un quadro normativo che rispetti le diversità nazionali ma garantisca diritti comuni.

Scenari futuri per le città

Un recente studio pubblicato sulla rivista “Futures” dai ricercatori del Politecnico di Milano e dell’INAPP ha analizzato tre possibili scenari per Milano al 2050. Il rischio, senza politiche adeguate, è la gentrificazione – con la città che diventa sempre più costosa e inaccessibile – oppure lo svuotamento del centro, con i residenti che si spostano in periferia (il modello “città a ciambella”).

Lo scenario auspicabile è invece quello delle “città intermedie”: una parte dei lavoratori da remoto si trasferisce in centri più piccoli, riducendo le disparità territoriali e promuovendo uno sviluppo più sostenibile. “Un recente studio dell’Università di Stanford negli Stati Uniti”, ricorda Mariotti, “ha evidenziato una relazione positiva tra lavoro a distanza e tasso di natalità. È un tema su cui vale la pena investire”.

Al workshop, oltre al Politecnico e alla FLP, hanno partecipato rappresentanti del Comune di Bologna, della Regione Emilia-Romagna, dell’Università Bocconi, di Assolombarda, dell’INAPP, di IWG Italia, Southworking e Officelayout. Un tavolo ampio, che dimostra quanto il tema del lavoro a distanza sia ormai centrale nelle agende politiche e organizzative del Paese.

foto dal web

 

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