I segreti non si dicono ad alta voce

Teatro

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Al Teatro Trastevere, nella Roma che sta per cambiare pelle una storia di amicizia e di riscatto

“Non dirlo ad alta voce”, dall’11 marzo al Teatro Trastevere di Roma, è una commedia scritta e diretta da Emiliano Guido. Lo spettacolo, primo capitolo della “Trilogia della Miseria”, vede in scena Gianluca Bruni, Matteo Matronola, Stefano De Stefani e Simone Lilliu.

 

Il titolo nasce da un antico monito popolare romano, “Non dicere ille secrita a bboce”, una delle prime testimonianze del passaggio dal latino al volgare, padre del romanesco, che letteralmente significa “non dire le orazioni segrete a voce alta”. Un’eredità linguistica e culturale che diventa l’anima dello spettacolo.

 

La commedia, un misto di malinconia e atmosfere quasi noir, è ambientata nella Roma popolare alla fine dell’Ottocento. L’azione si svolge nel dicembre del 1899, proprio mentre il secolo sta per cambiare, e i protagonisti si interrogano sul proprio destino.

 

Al centro della storia ci sono Peppe, Oreste e Cosimo, tre giovani che vivono ai margini della società. Le loro giornate trascorrono in un’osteria ereditata da Peppe, luogo di incontri, confidenze e sogni. Sopra di loro incombe la figura di Bartolo, detto “Er più de Roma”, personaggio carismatico e ambiguo che sembra muove le fila delle loro vicende.

 

Il nucleo della storia è il conflitto tra destino e desiderio. I protagonisti, e Peppe in particolare, coltivano il sogno di una vita diversa da quella che sembra già scritta per loro. Ma nel mondo in cui vivono esiste una regola non detta, meglio non pronunciare ad alta voce i propri desideri, perché potrebbero attirare la sfortuna.

 

In questo equilibrio tra superstizione, amicizia e aspirazioni personali prende forma l’atmosfera della commedia e si sviluppa una storia che racconta la fragilità e la forza di chi, pur vivendo nella povertà, continua a immaginare un futuro diverso.

 

Il risultato è una commedia agrodolce, che alterna dialoghi vivaci a momenti più malinconici. Il linguaggio, un mix di italiano e romanesco, e un’ambientazione concentrata quasi interamente nell’osteria, costruiscono un racconto intimo e corale.

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