Il destino non si dice ad alta voce

Teatro

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Al Teatro Trastevere Emiliano Guido racconta la Roma popolare di fine Ottocento, che sogna l’America

Non dirlo ad alta voce”, la commedia scritta e diretta da Emiliano Guido, in scena al Teatro Trastevere fino a domenica 15 marzo, costruisce la propria narrazione attorno ad alcuni elementi chiave, che rimandano alla fine di un’epoca e all’inizio di un’altra.

 

Fine di un’epoca

Il primo è il tempo storico, la fine del 1899, vigilia di un nuovo millennio. La Roma nella quale si muovono i personaggi è ancora quella popolare dei rioni, attraversata da profonde disuguaglianze sociali. Da una parte una nobiltà in declino, ma che conserva ancora ricchezze e privilegi. Dall’altra un sottoproletariato fatto di lavoratori occasionali, emarginazione e mestieri precari. È un mondo in cui la possibilità di cambiare vita appare legata al caso o alla fortuna.

 

Sono anche gli anni della grande emigrazione. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento milioni di italiani lasciarono il Paese diretti soprattutto negli Stati Uniti. Roma, diventata capitale nel 1871, è una città in radicale trasformazione. I quartieri popolari vengono sventrati per far posto alla nuova borghesia sabauda e chi non trova posto nel nuovo ordine resta ai margini, in quell’economia di sopravvivenza fatta di osterie, lavori saltuari e stratagemmi.

 

Il cambiamento

Il secondo segno è la nave, la Magellano. La partenza avveniva quasi sempre via mare e il viaggio durava settimane. Per molti era un passaggio irreversibile: attraversare l’oceano segnava il distacco dalla comunità d’origine e l’ingresso in un futuro incerto.

 

Nella commedia la nave diventa quindi l’immagine di un possibile cambiamento, di un’esistenza diversa che si colloca oltre l’orizzonte romano, alimentata dalla propaganda degli agenti di emigrazione che descrivevano l’America come un paese di praterie sconfinate e di strade lastricate d’oro.

 

Peppe e Oreste (Simone Lilliu): il desiderio di un futuro diverso nella Roma di fine Ottocento (ph. Vania Lai)

I protagonisti

Attorno a questo orizzonte si muovono i tre protagonisti. Peppe (Gianluca Bruni), erede di un’osteria che non sente propria, vive una condizione di dipendenza affettiva dalla madre con la quale continua idealmente a dialogare anche dopo la morte. L’osteria rappresenta per lui un futuro già scritto, un lavoro stabile ma privo di prospettive. Il suo desiderio è un altro, suonare il pianoforte e diventare musicista.

 

Accanto a lui ci sono Oreste (Simone Lilliu) e Cosimo (Matteo Matronola), due figure che riflettono altre forme di marginalità urbana. Oreste è un uomo di fatica, orfano, al servizio di una nobildonna romana ultracentenaria che incarna una nobiltà sopravvissuta al proprio tempo storico.

 

Cosimo è uno strillone, mestiere affidato spesso a ragazzi senza famiglia, che nelle città di fine Ottocento vendevano i giornali per strada annunciandone i titoli. È solo (“Solo, che non ci stanno più neppure i fantasmi”, dice a un certo punto), privo di qualsiasi protezione, vittima frequente delle violenze dei suoi coetanei.

 

Tuttavia il suo lavoro gli offre un accesso minimo all’informazione, permettendogli di entrare in contatto con il mondo esterno e costruire, a modo suo, una forma elementare di cultura. Anche per questo diventa bersaglio delle aggressioni degli altri ragazzi. Perché sa qualcosa che gli altri non sanno, o perché ha il coraggio di dirlo. Oggi lo chiameremmo bullismo, allora era semplicemente la legge della strada.

 

La bombetta

Il terzo elemento è il cappello, la bombetta di Bartolo, interpretato da Stefano De Stefani, ultimo “Er più de Roma”, appena uscito di prigione dopo sette anni. “Un uomo si riconosce dal cappello”, ripete come un mantra. Nella società dell’epoca il cappello è un codice visivo che indica mestiere, appartenenza e livello di rispettabilità.

 

La bombetta, in particolare, era il copricapo di certi personaggi di confine, né gentiluomini né straccioni, che si muovevano in un mondo a mezzo tra legalità e sopruso. In questo caso diventa anche il segno di un’identità costruita sul prestigio personale e sulla reputazione, aspetti centrali nelle relazioni dei quartieri popolari.

 

Scelte difficili

Ma nel mondo in cui vivono, una regola non scritta vieta di pronunciare ad alta voce i propri desideri, perché potrebbero attirare la sfortuna.

 

E il progetto di partire per l’America costringe i protagonisti a scelte difficili e li pone davanti a un susseguirsi di eventi che sfidano la loro amicizia e la loro prospettiva di vita.

 

In questo intreccio la bombetta di Bartolo diventa l’elemento inatteso che permette alla vicenda di trovare una soluzione. Con un finale davvero sorprendente.

 

Matteo Matronola (Cosimo): il destino si cambia o si subisce? (ph. Vania Lai)

Teatro sociale

“Non dirlo ad alta voce”, primo capitolo della “Trilogia della Miseria”, è un teatro di respiro sociale, attento ai temi della colpa, della giustizia, e del sogno. Che prova a rispondere a una domanda semplice. Si può aspirare a qualcosa di migliore rispetto al proprio stato, oppure il destino è già scritto e ineluttabile?

 

Il realismo del linguaggio popolare e la crudezza quasi cronachistica del quadro sociale non restano un semplice sfondo. Diventano il punto di partenza per un confronto più ampio. Guido, scaltrito nel mestiere, ha la capacità di restituire la varietà di questo ambiente umano, mentre gli interpreti ne rendono la profondità e la concretezza dell’esperienza vissuta.

 

Non è un semplice affresco di costume. La commedia si costruisce piuttosto sull’unità di elementi ambientali e psicologici, affidati a una storia solida e ben delineata, sostenuta dai quattro protagonisti, credibili e adeguati ai rispettivi ruoli, che restituiscono con efficacia i personaggi.

 

La nave alla fine salpa. O forse no. Ma non è questo, in fondo, che ci deve interessare. E’ la domanda che resta. Quella che Cosimo (Guido) lascia aperta e che attraversa tutta la commedia. Il destino si cambia o si subisce?

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