CIVICO 33: due donne, mille vite

Teatro

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“Abbiamo tutto e non abbiamo nulla”: il ritratto di una generazione che cerca sé stessa, allo Spazio Diamante di Roma

In “Civico 33 – Monologhi di donne”, allo Spazio Diamante di Roma fino al 15 marzo,  due attrici abitano la scena come se fossero due poli della stessa esperienza: due corpi, due voci, ma in realtà mille donne.

 

Lo spettacolo, tratto dall’omonimo libro di Emanuela Panatta, è adattato, diretto e interpretato da Emanuela Panatta e Alessandra Fallucchi.

 

Un collage di vite

La messinscena, un palazzo fittizio con un numero civico altrettanto fittizio, in una qualunque città, procede per segmenti, quasi per quadri autonomi, costruendo una drammaturgia a collage in cui storie individuali si sovrappongono e si contaminano.

 

Non c’è una trama lineare, c’è piuttosto una costellazione di vite, di confessioni, di frammenti quotidiani, che finiscono per comporre un ritratto sociologico del femminile contemporaneo.

 

Le due interpreti entrano ed escono da identità diverse con rapidità quasi vertiginosa. Sono la casalinga annoiata, sposata o divorziata; la madre che ha ricostruito la propria vita con un nuovo compagno; l’insegnante elementare stremata; la donna depressa che si domanda se la felicità sia davvero qualcosa di raggiungibile.

 

Lavoro, maternità, sensi di colpa

Il filo conduttore è quello delle contraddizioni della vita quotidiana. Il lavoro precario, l’eterna domanda sul figlio (“farlo o non farlo?”), i sensi di colpa che si accumulano tra aspettative sociali e desideri personali.

 

Il precariato non è solto una condizione economica, ma esistenziale, che si sedimenta nell’identità e rende difficile progettare il futuro. La domanda sul figlio non è mai solo biologica. È anche la domanda su chi ci sarà ancora l’anno successivo, su quale equilibrio sarà ancora possibile. Il corpo femminile diventa così il luogo di una decisione che il sistema rende strutturalmente impossibile.

 

Il corpo parla

In questo mosaico di micro-storie affiorano territori più intimi e contraddittori. Il tradimento, il presunto “sesto senso femminile”, la tentazione di affidarsi a una cartomante quando la razionalità non basta più.  

 

Il linguaggio scenico oscilla di continuo tra ironia e confessione, tra il registro quasi comico delle idiosincrasie contemporanee (intolleranze alimentari, stress, gonfiore) e la dimensione più cupa della fragilità emotiva.

 

Quella delle intolleranze non è solo una gag sulle nevrosi contemporanee, è la conversione del disagio psichico in sintomo somatico, il corpo che registra ciò che la mente trattiene. E il cosiddetto sesto senso femminile, lungi dall’essere superstizione, è la capacità di leggere i segnali deboli dell’ambiente sociale, una sensibilità sviluppata in secoli di adattamento.

 

Emanuela Panatta interpreta la cartomante, il contro-sapere di chi dice ciò che le altre tacciono (ph. U.S.)

La cartomante entra così in scena non tanto come presenza folklorica, ma come una sorta di contro-sapere, quella che dice ciò che le altre non osano ancora esprimere.

 

Figure della notte

La scena si riempie allora di segni riconoscibili. Maglioni di lana oversize (più armature emotive che semplici costumi, quasi una strategia per non occupare troppo spazio), sedute di psicanalisi evocate come rituali moderni, pulsioni che oscillano tra esibizionismo e ninfomania, fino alle figure marginali della notte: spogliarelliste, ballerine di night, stripteaseuse. Metafore di un corpo femminile continuamente osservato, esposto e giudicato.

 

La psicanalisi, qui, non è solo terapia privata. Una donna che parla di sé con profondità, senza chiedere scusa, compie ancora oggi un gesto che ha valenza politica.

 

Le trappole

Il gioco teatrale procede per accumulo di riferimenti culturali e letterari. Si cita “Jules et Jim” di Henri-Pierre Roché, storia di una donna che ama due uomini, che a loro volta si vogliono bene. Il riferimento non è evocato come patologia romantica, ma come ipotesi di un’architettura affettiva diversa. La possibilità di amare al di fuori delle forme codificate senza tradire nessuno.

 

Anche il riferimento a “The Mousetrap” (“Trappola per topi”), il testo teatrale di Agatha Christie, diventa metafora delle relazioni. Il matrimonio, la famiglia, la coppia, possono trasformarsi in una “trappola”, luoghi chiusi in cui ci si può ritrovare bloccati con qualcuno di pericoloso o semplicemente con qualcuno che non si conosce davvero.

 

Parlare di sé, senza chiedere scusa, è ancora oggi un gesto politico (ph. U.S.)

Due facce, una sola ferita

Le due attrici appaiono come due facce della stessa medaglia. Una incarna la ribellione, l’altra la rassegnazione. La prima, l’esibizione del desiderio; la seconda, la paura di esserne travolta.

 

Le loro storie finiscono per sovrapporsi. La donna che cerca libertà, ma resta imprigionata nei propri dubbi. E quella che non riesce a lasciare il compagno violento, non per debolezza, ma perché la violenza produce dipendenza e uscire significa spesso rischiare la vita. Lo spettacolo non risolve queste storie, la lascia aperte, sospese, esattamente come accade nella realtà. È una delle scelte più coraggiose dell’intera messinscena.

 

Il cuore dello spettacolo sta in questa oscillazione tra quell’“abbiamo tutto e non abbiamo nulla” di Charles Bukowski, fotografia di un benessere apparente che convive con un senso diffuso di vuoto.

 

Anche la struttura scenica riflette questa ambiguità. I frammenti sembrano separati, quasi “divisionisti”, ma alla fine trovano inattese “convergenze parallele”. Gli episodi non si fondono davvero, eppure finiscono per convergere nello stesso punto. L’esperienza comune di una generazione di donne che cerca di ridefinire sé stessa, conciliando libertà, fragilità e desiderio di riconoscimento.

 

Panatta e Fallucchi gestiscono il cambio continuo di registro e di identità con pochi gesti, nessuna forzatura, nessuna maschera, nessun travestimento, solo gli abiti di tutti i giorni. È l’essenzialità la forza della messinscena.

 

Il team creativo comprende l’aiuto regia di Alessio Mascelloni, i costumi e le scene di Carlo De Marino, le musiche di Gabriele Calanca, il disegno luci di Pietro Pignotta, la produzione e l’organizzazione a cura di “Monolocale Produzioni” di Daniele Coscarella.

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