Siria, il giorno dopo, quale “Profezia per la Pace”?

Interviste & Opinioni

Di

Dario Patruno

Ho avuto il privilegio di intervistare la giornalista siriana Asmae Dachan a margine della visita guidata nell’Atrio principale dell’Ateneo dell’Università di Bari della Mostra “Profezie per la pace”, proveniente dal Meeting per l’Amicizia dei popoli di Rimini del 2025.

E’ rientrata in Siria nel dicembre 2024, diciannove giorni dopo la caduta di Assad che ha governato la Siria dal 2000 al 2024, sottoponendo il paese a quattordici anni di sanguinosa guerra. Dalla sua esperienza è nato il volume dal titolo “Siria, il giorno dopo- Le ferite, le speranze”, Add editore, Torino.

 

Qual è il giudizio a caldo su questa Mostra alla luce della sua esperienza di donna siriana musulmana?

I volti, gli sguardi, sono lo specchio delle nostre anime e una mostra che ne immortala tanti, raccontando le storie di queste persone, ha il dono di suscitare empatia. Credo che mai come in questo complesso momento storico, in cui prevalgono paura e violenze, sia invece fondamentale guardare all’altro riscoprendone il volto umano. Come credente credo sia un bel modo di creare connessioni.

 

 

La Mostra racconta esperienze di come si può vivere la pace anche in conflitti sanguinosi. Quali le ragioni che l’hanno spinta a pubblicare all’inizio di quest’anno il volume?

 

Ho pubblicato questo libro, al mio rientro dalla Siria, dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad per immortalare un momento storico di cambiamento, di evoluzione dei fatti, per vedere come era diventato il paese dopo tanti anni di guerra e soprattutto per cogliere le emozioni, le paure e gli sguardi dei siriani che stavano vedendo realizzato il sogno della fine del regime. Al tempo stesso si avviavano verso una nuova stagione di grandi incertezze. Ho voluto quindi mettere nero su bianco quello che era un passaggio storico, una sorta di spartiacque tra un’epoca, quella appunto del regime e poi il cambiamento che sarebbe arrivato dopo.

 

 Rileva dei segnali positivi da registrare nel dopo Assad?

 

Sicuramente ci sono dei segnali positivi, il paese sta uscendo da un trauma collettivo che è durato fin troppo tempo perché parliamo di un regime che è stato lì per 54 anni ma soprattutto di una guerra che è durata 14 anni e che ha causato migliaia di vittime, milioni di sfollati e milioni di profughi.

Quello che stiamo vedendo adesso è una Siria che si sveglia da una sorta di coma, di incubo, quindi non sappiamo quanti e quali danni a livello sociale e psicologico le persone hanno riportato. Sono visibili chiaramente i danni a livello delle infrastrutture e buona parte del paese è distrutto ma i siriani hanno una grandissima dignità, hanno un grandissimo amore per la bellezza, sono un popolo fiero della propria storia e poliedricità quindi del fatto che abbiano tante etnie, tante religioni, un patrimonio.

 

Quindi lo considera un fatto positivo la coesistenza pacifica del ruolo delle religioni e secondo lei quale ruolo possono avere?

 

Sicuramente è una delle caratteristiche più belle, quella della Siria, di essere un popolo composto da tante etnie diverse e da tante religioni diverse. La Siria senza la sua diversità, senza le sue comunità non sarebbe la Siria e penso che proprio questo grandissimo valore vada preservato. Chiaramente le comunità oggi sono comunità ferite, sono comunità decimate perché la guerra ha costretto alla fuga moltissime persone di tutte le etnie e religioni. Credo che proprio da lì bisogna ripartire, dal sentimento di fraternità e dall’amicizia innata che c’è ancora tra cristiani e musulmani tra i kurdi, gli alawiti, tra tutte le persone che compongono comunque il mosaico siriano. È importante che si ponga fine ai discorsi di odio, ai discorsi che pongono l’accento sul settarismo, bisogna invece gettare dei ponti e garantire pace, giustizia e stabilità.

Alla luce del recente conflitto in Iran, quali preoccupazioni nutre in merito alla situazione siriana?

Sicuramente il quadro attuale è angosciante, noi continuiamo a parlare di nuovo inizio, continuiamo a coltivare la speranza ma è davvero difficile perché in questo momento, mentre noi stiamo parlando, ci sono migliaia di siriani e di libanesi che sono in fuga dalla valle della Beqaa e vanno verso nord. Stanno cercando di rientrare in Siria ma non hanno case dove tornare perché appunto buona parte del paese è distrutto e tutto quello che sta accadendo non ci fa sperare bene. Non c’è mai nulla di positivo nello spargere ulteriore sangue, nel bombardare ulteriormente. Sembra quasi che l’essere umano, la civiltà di oggi abbia abdicato al suo ruolo di costruttrice di cultura, di pace, di prosperità alimentando i suoi istinti più bassi, gli istinti all’odio.

Non si può giudicare un governo in quindici mesi dopo oltre quattordici anni di guerra; sicuramente ci sono alcuni profili all’interno di questo governo che vengono dalla lotta armata e che non rappresentano secondo me la volontà e il desiderio dei siriani, sono profili molto controversi, profili che feriscono anche quei siriani che credono e hanno sempre creduto nella lotta non violenta, nel cambiamento non violento. Ci sono d’altro canto profili come quello della Ministra per gli affari sociali Hind Kabawat, l’unica donna nel governo, cristiana che ha alle spalle una grande tradizione di lavoro per il dialogo, per la costruzione e la coesione, che sicuramente è una donna che rende i siriani fieri di essere rappresentati da lei. Ci sono altri profili come quello per esempio del Ministro della Cultura che è definito un po’ il “Dante siriano”, che ha un altissimo profilo, che sta cercando di ravvivare dal basso la grandissima vivacità culturale della Siria. Quindi, esclusi quelli che vengono dalla lotta armata, ben un terzo del governo, ci sono altri esponenti che comunque vengono dalla direzione più giusta. Sono anche consapevole, perché non sono un’illusa, che è sempre stato così nella storia dell’umanità e che bisogna avere il coraggio di costruire e sperare.

 

Grazie per questa preziosa testimonianza che rafforza le ragioni della nostro stare insieme nel CIPO (Centro interculturale Ponte ad Oriente) che vuole costruire ponti, colmi di speranza anche dove sembra impossibile o fallimentare operare in questa direzione, sorretti dalla speranza infinita di bene che sorregge le nostre esistenze.

Grazie a voi.

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