“La nave al tramonto” al Planet, testo e regia di Angela Ricci: le storie che la storia lascia andare
C’è un momento, a teatro, in cui lo spazio smette di essere un luogo e diventa un tempo. “La nave al tramonto”, andato in scena al Teatro Planet di Roma, lavora proprio su questo. Non racconta una storia ispirata al Titanic, ma costruisce un ritorno. Lento, quasi inevitabile, come la luce che cala sul mare quando il giorno finisce e tutto ciò che è stato sembra riaffiorare.
La nave affonda. Ma non scompare davvero. Rimane sotto, insieme ai suoi nomi, alle sue voci, alle sue piccole verità. E quando torna a galla, anni dopo, recuperata e rimessa a nuovo, restituita al mare, emergono con lei anche le anime dei viaggiatori. Soprattutto quelle che non hanno mai avuto un posto nella memoria ufficiale: l’equipaggio, le ballerine, i musicisti, le figure laterali, che la storia registra appena e poi lascia andare.
È un teatro di ombre e di ritorni quello firmato da Angela Ricci, che cura testo e regia, e sceglie una struttura corale (com’è ormai nel suo stile), in cui le storie si affiancano e si sfiorano più che intrecciarsi. Il racconto avanza per frammenti, come se ogni personaggio avesse a disposizione solo pochi minuti di luce prima che il tramonto lo riporti indietro.
Ad aprire lo spettacolo è “Il Ponte”, tratto da un testo di Carla Di Donato, vincitore del Premio Fersen 2010. Protagonisti sono Jim-Jay-John e Oliko Jones, due figure surreali che ricordano Vladimiro ed Estragone di Beckett. Il loro è un modo di guardare il mondo quando il mondo non si lascia guardare.

La nave torna a galla e con lei le vite dei viaggiatori (ph. A.R.)
Le vite laterali
Tra queste presenze c’è Maribel. Un matrimonio combinato, un uomo molto più anziano, un banchiere accudito con una fedeltà silenziosa. Poi l’accusa ingiusta, l’assassinio del marito e un’assoluzione che non basta, perché il mondo intorno a lei si ritira comunque. Certe ingiustizie non finiscono sui giornali. Consumano le persone dall’interno, senza che nessuno se ne accorga.
E allora la fuga assume la forma di un viaggio. La nave diventa possibilità, non tanto di salvezza, quanto di ricominciare. A bordo, Maribel incontra l’amore vero, ma lo spettatore avverte subito che ogni speranza, in questo racconto, è sempre provvisoria.
C’è poi Rosa, detta la gatta, o Rosa la ladra. Rosa è diversa. Ladruncola del porto, vive di espedienti, di piccoli furti e di giorni senza garanzie. Quando la polizia la insegue, entra sulla nave quasi per caso, come chi cerca un riparo e trova un destino. Qui cambia nome, cambia pelle, diventa Viola Smith, cameriera al servizio delle signore di prima classe.
Basta un’uniforme per spostarsi da una vita all’altra, ma non basta per cancellare ciò che si è. Rosa non cerca il riscatto, le capita. E lei ha l’intelligenza di riconoscerlo in Sam, sassofonista jazz. Con lui arriva la musica, arriva una nuova identità e la sua voce sembra l’unica cosa capace di resistere al naufragio imminente. È uno dei passaggi più riusciti dello spettacolo: l’idea che, prima di affondare, la nave abbia ancora tempo per far nascere qualcosa.

Dorothy, la danza come forma di resistenza (ph. G.M.)
Dorothy è una ballerina di jazz. Balla perché non sa fare altro. O perché tutto il resto le basta meno. La danza per lei non è mestiere, ma un modo per resistere. Sulla nave vive i suoi amori, fino all’ultimo, Peter, tra le cui braccia morirà in un valzer finale.
In scena Carla Di Donato, Daniela Mancieri e Annalisa Peruzzi reggono l’impianto corale alternando interpretazione, canto e ballo. La narrazione non punta mai al realismo, non ricostruisce la nave, non cerca la cronaca del disastro. Preferisce evocare. Lascia che siano le parole, i gesti e la musica a suggerire ciò che accade.
Le coreografie di Carla Di Donato e il canto di Annalisa Peruzzi aggiungono un livello che le parole, da sole, non raggiungerebbero. C’è qualcosa di fisico nel modo in cui questo spettacolo comunica: non si capisce soltanto, si sente.
La poesia, con i contributi di Silvia Cozzi, Cinzia Erdas, Roberta Lipparini, Tiziana Mezzetti e Alessia Rocco, entra ed esce come la risacca. Funziona come brevi fenditure. Apre uno spazio interiore, dà aria al racconto, interrompe la linearità e ricorda che quello che si ascolta non è un semplice intreccio di eventi, ma una memoria che si ricompone a fatica.
Senza rotta
La musica, curata da Franco Tinto, con Luca Angeletti alla chitarra e Luca Magrini alla tastiera, restituisce un clima d’epoca senza trasformarlo in cartolina. Jazz, bossa, valzer, ragtime, ogni stile ha il suo peso specifico e appartiene a un momento preciso. Non è una partitura decorativa, ma narrativa. Sembra quasi il respiro della nave, il suo modo di parlare quando le parole non bastano.
A chiudere lo spettacolo è “Senza rotta”, una ballata composta e cantata da Luca Angeletti. Parla di qualcuno che è partito senza sapere dove andare, o che ha smesso di saperlo durante il viaggio. Libertà e perdita, insieme. Non solo disorientamento, ma anche una scelta. Andare comunque, senza una meta che giustifichi la partenza.

Senza rotta, partire senza sapere dove andare (ph. A.R.)
La platea ponte
Lo spettacolo cresce fino al naufragio, che arriva come ci si aspetta. Non come colpo di scena, ma come certezza. La tragedia non è un evento improvviso, è un destino. E quando la nave si inabissa, non cala il sipario. Il racconto continua nella forma più inquieta, quella del ritorno.
Il finale rovescia tutto, con discrezione. Gli spettatori non sono semplici osservatori, sono i nuovi viaggiatori della nave. La platea diventa ponte e il teatro diventa viaggio. E Rosa, con un’ironia amara, che è il suo modo di stare al mondo, invita a controllare i portafogli prima di scendere, anche se “le ombre – avverte – possono rubare solo un’emozione”.
In questa frase c’è tutto il senso dello spettacolo. La perdita non riguarda gli oggetti, ma ciò che si porta dentro. “La nave al tramonto” non cerca l’enfasi del grande affresco storico, né la commozione facile legata al mito del Titanic. Preferisce restare in una zona più fragile e più umana, quella delle vite minori, delle identità ricostruite, delle occasioni mancate.
Si esce dal Planet con qualcosa di sottratto, ma non ci si sente derubati. Ci si sente, semmai, alleggeriti. Come quando si lascia andare qualcosa che si teneva stretto senza saperlo. La nave non è mai stata soltanto una nave. È un luogo mentale, dove i destini si accumulano. E il tramonto è il momento in cui la memoria torna a galla, prima di inabissarsi di nuovo.














