Dalla sconfitta sul campo alla crisi del sistema: stadi vecchi, fondi senza anima e troppi stranieri
Il segnale che non volevamo vedere
La sconfitta contro la Bosnia non è stata una semplice serata storta ma qualcosa di molto più profondo, non uno di quegli inciampi che il calcio concede anche ai più forti bensì la fotografia nitida e crudele di un sistema che da anni si è incamminato su una strada sbagliata, perché perdere contro la Bosnia, la Bosnia, al netto del livellamento globale, resta qualcosa che non può essere archiviato con leggerezza ed è invece il punto di caduta di un percorso iniziato molto prima, lontano dal campo, dentro i bilanci, nelle scelte strategiche e nei corridoi della politica sportiva, ma anche dentro una cultura calcistica sempre più deteriorata fatta di simulazioni, furberie, ricerca esasperata dell’episodio e mancanza di coraggio, una deriva ben rappresentata dal caso di Alessandro Bastoni, difensore dell’Inter e della Nazionale, che qualche tempo fa simulò un fallo inducendo l’arbitro a espellere un avversario e arrivò persino a esultare per quell’inganno, un gesto grave perché ostentato e dunque trasformato in modello, soprattutto per i più giovani, e che nonostante tutto non ha avuto alcuna reale conseguenza visto che il giocatore è stato regolarmente convocato in Nazionale, perdendo così l’occasione di dare un segnale etico forte, e finendo invece per rappresentare perfettamente un calcio in cui vincere con qualsiasi mezzo sembra ormai più importante di come si vince.
Dai presidenti padroni ai fondi: vincere o vendere
C’è stato un tempo in cui il calcio italiano era guidato da presidenti come Moratti e Berlusconi che, pur con tutti i loro limiti, avevano un’idea chiara e quasi ostinata del calcio, ovvero vincere, e il ritorno economico era spesso secondario, quasi una conseguenza eventuale del successo sportivo, anni in cui il calcio conservava una dimensione romantica, padronale e perfino irrazionale, mentre oggi il paradigma è completamente cambiato perché le proprietà sono sempre più spesso in mano a fondi americani o asiatici che non hanno passione ma obiettivi, non costruiscono per restare ma per rivendere, non cercano trofei ma valorizzazioni e trasformano il club in un asset, lo stadio in una leva finanziaria e il tifoso in un cliente, con conseguenze evidenti come la riduzione dell’identità, l’attenzione ossessiva ai costi e strategie sportive subordinate a logiche finanziarie, producendo un calcio meno competitivo e soprattutto più freddo.
Il vero ritardo: le infrastrutture
Mentre in Italia si inseguivano risultati immediati tra acquisti, prestiti e scommesse, gli altri costruivano modelli duraturi e sostenibili, perché club come Real Madrid, Manchester United o Bayern Monaco hanno trasformato gli stadi in centri economici permanenti con hospitality, musei, retail ed eventi capaci di generare ricavi ogni giorno dell’anno, mentre in Italia gli stadi hanno un’età media che sfiora i settant’anni, sono strutture obsolete, poco funzionali e incapaci di produrre ricavi, e così il divario si è allargato progressivamente fino a diventare un abisso, con i club italiani che oggi fatturano la metà o anche meno rispetto ai grandi europei.
Il corto respiro delle scelte italiane
Il problema non è soltanto economico ma culturale perché in Italia si continua a ragionare sull’immediato chiedendo aiuto allo Stato e invocando agevolazioni senza però modificare il modello e senza dimostrare la volontà di investire su ciò che resta davvero come le strutture, i settori giovanili e la sostenibilità, ed è proprio questa mancanza di visione che ha reso inevitabile una certa freddezza istituzionale nel concedere sostegni, perché prima vengono i conti e poi eventualmente gli aiuti, e i conti del calcio italiano raramente tornano.
La deriva degli stranieri: un sistema che si svuota
A tutto questo si aggiunge una distorsione ancora più grave rappresentata dall’abuso degli stranieri, con modelli come quelli di Udinese, Como e altre realtà che arrivano a reclutare venti o venticinque stranieri per poi schierarne undici contemporaneamente, una scorciatoia che non è integrazione ma sostituzione e non è crescita ma desertificazione, perché così si blocca lo sviluppo dei giovani italiani, si impoverisce il bacino della nazionale e si perde identità tecnica e culturale, ed è una deriva che dovrebbe essere regolata se davvero si vuole pensare a una rinascita, perché una nazionale che perde contro la Bosnia nasce anche da campionati che non producono più giocatori ma li importano in massa.
Euro 2032: ultima chiamata
L’Italia sarà co-organizzatrice di UEFA Euro 2032 e questa rappresenta un’occasione straordinaria, forse l’ultima, per rimettere mano al sistema, ma serve una rivoluzione vera fatta di investimenti seri sugli stadi, rilancio dei settori giovanili, revisione dei campionati e limiti intelligenti all’uso indiscriminato degli stranieri, perché senza una visione complessiva il rischio è di arrivare impreparati anche a questa occasione.
Il calcio italiano non è caduto per caso ma si è lasciato scivolare lentamente preferendo il presente al futuro, l’acquisto alla costruzione e l’apparenza alla sostanza, e la Bosnia non è stata la causa ma la conseguenza di questo declino, e se non si cambia rotta davvero non sarà nemmeno l’ultima umiliazione.
Per un’informazione completa
Consulta anche gli articoli pubblicati su:















