Il jukebox in smoking di Greg al Teatro Olimpico
Più che un “celebrity roast”, quello andato in scena al Teatro Olimpico di Roma, è stato un “celebrity guest” nel senso più letterale del termine. Un varietà elegante, pieno di musica, con quella leggerezza intelligente che sembra nata per caso e invece è costruita al millimetro.
Claudio “Greg” Gregori non mette alla graticola nessuno, semmai invita tutti a casa sua. E la casa, per una sera, è stata un jukebox in smoking.
L’impressione iniziale è che Greg abbia deciso di raccontare la propria educazione sentimentale a colpi di swing, rock’n’roll e grandi standard americani. Ma lo fa senza nostalgia, senza imitazioni, senza l’ossessione del “come era bello una volta”. È un viaggio musicale che procede per associazioni, deviazioni, ritorni improvvisi. Un racconto in cui la battuta arriva come una sincopata: non te l’aspetti, eppure era già scritta.
Un palco, due voci
Il cuore del concerto-spettacolo ruota intorno a un riferimento dichiarato e fondativo, il “Rat Pack” del 1960, con “Ain’t That a Kick in the Head” cantata da Dean Martin. Non è un omaggio generico. Dean Martin è quasi una figura guida, il crooner preferito di Greg, e lo spettacolo si organizza come un trittico ideale intorno a quella voce, a quel modo di stare sul palco come se nulla fosse importante e invece è curato ogni dettaglio.

Ilaria Della Bidia: controllo vocale, intonazione pulita e presenza scenica (ph. SSC)
Il vero punto di forza, però, non è la citazione colta, ma la capacità di farla vivere. Anche perché accanto a Greg c’è Ilaria Della Bidia, una presenza che non si limita a “supportare”. Voce solida, precisa, teatrale senza essere “teatrina”. È una cantante che oggi lavora al fianco di Andrea Bocelli e si sente: per controllo, per pulizia, per tecnica. Ma soprattutto per una cosa che non si studia: il modo di stare dentro un brano senza sovrastarlo. La coppia Greg–Della Bidia funziona perché non cerca mai di rubarsi la scena. Se la dividono, con intelligenza.
Il repertorio è una mappa americana attraversata con gusto italiano. Si passa da Burt Bacharach a “Something’s Got a Hold on Me” di Etta James, fino a un’altra radice dichiarata. Quell’”American Graffiti”, la genesi personale di Claudio, il punto da cui tutto è nato.
Ed è lì che il concerto cambia ritmo, diventa quasi racconto generazionale. “Peggy Sue”, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, anni in cui la musica era una scossa elettrica e bastavano tre accordi per cambiare un adolescente.
Lenti, valzer e rock’n’roll
Il percorso si allarga. Dal 1956-58 ai Beach Boys, fino al 1968 con Paul McCartney. Una linea che sembra estemporanea e invece segue la logica della memoria musicale collettiva, fatta di titoli che tutti riconoscono, anche quando non ricordano più dove li hanno sentiti la prima volta.
Ci sono poi deviazioni più sorprendenti. “Cheek to Cheek” , brano del 1935 pensato per Fred Astaire, al 1959 in cui i lenti andavano forte e l’amore si dichiarava con l’ingenuità perfetta di “Sixteen Reasons” di Connie Stevens. E ancora Duke Ellington, pilastro inevitabile, e Henry Mancini con “The Pink Panther Theme” (1963), che entra come una silhouette elegante e ironica, esattamente come dovrebbe essere.
Poi arriva “Think”. Per un attimo, Della Bidia scompare e sul palco sembra materializzarsi Aretha Franklin nel diner “Soul Food Cafè”, una delle scene più celebri di “The Blues Brothers” (1980). Il pubblico non ascolta soltanto, rivede immagini, ricompone fotogrammi, sente l’eco di un cinema che era musica e di una musica che era cinema.
Lo spettacolo non ha paura di giocare. Swing anni Trenta e Quaranta, Cab Calloway, e perfino “Heidi”, la sigla del cartone animato, riarrangiata in versione swing. Potrebbe diventare una gag facile, e invece funziona perché è suonata sul serio. Il trucco è tutto lì. Si scherza, ma la musica viene trattata con rispetto.

Attilio Di Giovanni: direttore musicale e arrangiatore, guida essenziale della serata (ph. SSC)
L’orchestra e gli ospiti
E se tutto questo sta in piedi senza crollare sotto il peso delle citazioni, il merito è soprattutto della macchina musicale, guidata da Attilio Di Giovanni, responsabile della direzione musicale, degli arrangiamenti e del pianoforte. Una guida discreta ma decisiva, capace di dare unità a un repertorio che attraversa decenni e stili diversi.
L’orchestra è il vero motore della serata. Alberto Botta alla batteria, Gino Mariniello alle chitarre, Flavio Cangialosi al basso e contrabbasso, Francesco Carlon alle tastiere. La sezione fiati, fondamentale per dare corpo allo swing, vede Stefano Rossi al sax alto e flauto, Claudio Giusti al sax tenore e flauto, Marco Guidolotti al sax baritono e clarinetto. Il grande Mario Caporilli alla tromba, flicorno e coordinazione arrangiamenti, Michele Fortunato al trombone. A completare il suono, il Quartetto d’Archi Sharareh: Marzia Ricciardi e Dahl ah Lee ai violini, Roberta Pumpo alla viola, Federica Vecchio al violoncello.
Gli ospiti entrano come piccole variazioni sul tema. Paolo Bonolis compare “a sorteggio”, con quella naturalezza da intrattenitore puro che sembra sempre improvvisare pure quando non improvvisa. Roberto Gatto, batterista jazz di livello mondiale. Anche se non lo conosci, dopo otto battute hai già capito. Alex Meozzi alla chitarra aggiunge un ulteriore dialogo strumentale e ricorda che dietro ogni canzone famosa c’è sempre chi sa suonare davvero.
Alla fine, quando le luci si abbassano, scende una malinconia sottile. Non perché lo spettacolo deluda, ma perché vorresti stare lì, continuare ad ascoltare quei pezzi, sentire ancora la band suonare. E perché sai che non ci sarà un “domani”, non è prevista una replica. È una di quelle cose che succedono una volta sola e poi diventano racconto.














