Il 12 marzo 2026 il Congresso Nazionale del Popolo della Repubblica Popolare Cinese ha approvato il nuovo Codice Ecologico e Ambientale, adottato nel corso della quarta sessione della 14ª Assemblea nazionale, con entrata in vigore prevista per il 15 agosto 2026.
Le fonti ufficiali presentano il nuovo Codice Ecologico ed Ambientale come il secondo grande codice organico adottato dalla Cina dopo il Codice Civile del 2020.
Nelle comunicazioni istituzionali è stato descritto non soltanto come un intervento normativo settoriale, ma come un passaggio rilevante per il processo di consolidamento della governance ecologica del Paese. Pertanto può essere interpretato come uno strumento di regolazione, ma anche come un dispositivo di coordinamento istituzionale, con la finalità di rafforzare la capacità dello Stato di orientare e governare la trasformazione ambientale.
Secondo le fonti governative, il Codice nasce con l’obiettivo di ricondurre ad un quadro unitario un ambito normativo che, nel tempo, si è sviluppato in modo ampio ma frammentato. Prima della codificazione, infatti, la Cina disponeva di un sistema articolato di norme ambientali, composto da numerose leggi, regolamenti amministrativi e altri atti settoriali. Il nuovo Codice coordina e sistematizza tale patrimonio normativo all’interno di un corpus organico. Pertanto la codificazione non rappresenta una rottura con il passato, ma un’operazione diretta a rafforzare la coerenza, la leggibilità e l’efficacia complessiva del sistema.
Riguardo al profilo strutturale, il Codice è articolato in cinque parti, dedicate rispettivamente ai principi generali, al controllo dell’inquinamento, alla protezione ecologica, allo sviluppo verde e a basse emissioni di carbonio, quindi al sistema delle responsabilità. Nel corso dell’iter legislativo, il testo è stato oggetto di numerose modifiche e revisioni, anche sulla base dei contributi raccolti durante il processo deliberativo. Tra gli elementi più rilevanti, segnalati dalle fonti ufficiali, vi è la scelta di dedicare una sezione specifica allo sviluppo green e low-carbon, a conferma della crescente centralità di tali temi nella strategia normativa.
Nella visione politico-istituzionale cinese contemporanea, la tutela dell’ambiente non è più presentata esclusivamente come uno strumento di contenimento del danno o di contrasto all’inquinamento, ma come una componente strutturale del modello di sviluppo orientato alla sostenibilità. Tale impostazione consente di collegare il Codice alla più ampia strategia delineata negli ultimi anni dalle autorità cinesi.
Nella White Paper governativa del novembre 2025, dedicata agli obiettivi da raggiungere per le emissioni di CO₂ entro il 2030, quindi per la neutralità dal carbonio entro il 2060, la transizione ecologica è infatti descritta come una strategia nazionale strettamente connessa allo sviluppo economico, alla modernizzazione industriale e alla sicurezza del Paese. In tale quadro, la riduzione delle emissioni viene associata non solo alla tutela ambientale, ma anche alla sicurezza energetica e alimentare, alla stabilità delle catene di approvvigionamento e al processo di aggiornamento della struttura economica.
Pertanto il Codice può essere letto come un esempio di institutional layering, ossia di stratificazione istituzionale, in cui nuove priorità politiche possono essere integrate all’interno di un apparato normativo preesistente, senza sostituirlo interamente. La codificazione, quindi, non svolge soltanto una funzione ordinatrice, ma contribuisce a ridefinire gerarchie, priorità e strumenti di intervento pubblico, rendendo più visibile la connessione tra diritto ambientale, politica industriale e pianificazione strategica.
La stessa documentazione ufficiale tende a rappresentare la transizione verde come un potenziale motore di crescita e innovazione. A supporto vengono talvolta richiamati indicatori settoriali, come nel caso del comparto aeroportuale, per il quale si evidenzia l’avanzamento dei processi di elettrificazione dei mezzi operativi. Pensiamo alle prossime criticità che attualmente si paventano nel traffico aeroportuale, a causa delle crescenti instabilità geopolitiche.

In tale contesto, la decarbonizzazione non appare come un obiettivo esclusivamente climatico, ma come una leva che è funzionale al miglioramento della qualità dello sviluppo, al rafforzamento dell’innovazione tecnologica e alla sicurezza sistemica.
Tale impostazione richiama l’idea del diritto come strumento di state capacity, un mezzo attraverso il quale lo Stato rafforza la propria capacità di coordinare i diversi attori, ordinare le priorità e indirizzare i processi di trasformazione economica e sociale. In tal senso, il Codice non si limita a stabilire obblighi o principi in materia ambientale, ma contribuisce a costruire un’infrastruttura normativa utile a sostenere obiettivi di lungo periodo, coerenti con la pianificazione strategica del sistema politico.
Nelle dichiarazioni di esponenti istituzionali si attribuisce alla nuova codificazione una funzione simbolica oltre che normativa, descrivendola come uno strumento volto a sostenere la costruzione di un sistema giuridico capace di proteggere e valorizzare l’ambiente: Zhang Zhongmin, vicepresidente della Hubei University of Economics,
“Il Codice dimostra il fermo impegno della Cina verso il picco delle emissioni e la neutralità carbonica, rafforzandone il ruolo nella partecipazione e nella guida della governance climatica multilaterale.”
Le fonti ufficiali collocano inoltre il Codice all’interno della più ampia costruzione della cosiddetta “Beautiful China” e del rafforzamento dello Stato di diritto in ambito ecologico.
“L’adozione di questo codice migliorerà ulteriormente il sistema dello stato di diritto per il progresso ecologico, creando una ‘Grande Muraglia’ legale sistematica, standardizzata e autorevole per la costruzione di una Bella Cina”, ha detto Zhang Xingying, consigliere politico nazionale e funzionario dell’Amministrazione Meteorologica Cinese.
Inoltre l’adozione del Codice è stata affiancata con l’analisi di dati e argomentazioni finalizzate a rappresentare la Cina come un attore attivo nella governance climatica internazionale. Vengono, ad esempio, richiamati gli investimenti a favore dei Paesi in via di sviluppo e il contributo, con le esportazioni di tecnologie energetiche rinnovabili, alla riduzione delle emissioni globali. Dal 2016 il Paese avrebbe mobilitato oltre 177 miliardi di yuan a sostegno degli sforzi climatici nei Paesi in via di sviluppo, inoltre nel periodo 2021-2025 le esportazioni cinesi di prodotti eolici e fotovoltaici avrebbero contribuito a evitare circa 4,1 miliardi di tonnellate di emissioni di carbonio in altri Paesi.
Al di là del dato quantitativo, assume rilievo il messaggio politico sottostante, volto a rafforzare l’immagine internazionale del Paese in ambito climatico.
Un paese che si autodefinisce come “il più grande paese in via di sviluppo con una popolazione superiore a 1,4 miliardi, il compito della Cina di generare crescita economica e migliorare il benessere della popolazione rimane gravoso.”
Nel complesso, il Codice ecologico e ambientale può essere letto come il tentativo di portare a maturazione, sul piano giuridico, una trasformazione già avviata sul piano politico e programmatico. Infatti riflette una concezione ambiziosa della transizione ecologica che integra tutela ambientale, sviluppo economico, modernizzazione industriale e sicurezza. Resta tuttavia da verificare, sul piano applicativo, in che misura la nuova codificazione sarà effettivamente in grado di incidere sull’attuazione concreta delle politiche ambientali, oltre la dimensione simbolica e programmatica.
https://english.news.cn/
Per un’informazione completa
Consulta anche gli articoli pubblicati su:















