PNRR Salute: riforma sanità territoriale al palo

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Operative solo 66 Case della Comunità su 1.715: il 37,8% è senza servizi, il 45,5% ne ha almeno uno, appena il 3,9% a pieno regime

Sulla carta esiste dal 2022. Ha un nome preciso, una dotazione miliardaria, un’architettura definita da un decreto ministeriale. Eppure, a quattro anni dalla sua istituzione e a tre mesi dalla rendicontazione finale all’Europa, la riforma della sanità territoriale italiana è ancora in gran parte ferma al palo.

 

È l’allarme lanciato dalla Fondazione GIMBE che, attraverso il proprio Osservatorio sul Servizio Sanitario Nazionale, continua a monitorare l’attuazione del piano.

 

Case della Comunità: solo 66 su 1.715 

I dati aggiornati al 31 dicembre 2025, elaborati sulla base del report Agenas, sono difficili da leggere senza un certo disagio. Solo 66 Case della Comunità su 1.715 programmate risultano pienamente operative. Il 3,9% del totale. Un dato che certifica come la riforma, a quattro anni dall’adozione del decreto, sia ancora ben lontana dall’essere realmente funzionante.

 

“L’obiettivo è fornire ai cittadini un quadro oggettivo, al riparo da letture strumentali, e lanciare un monito a Governo e Regioni sui rischi che gli inaccettabili ritardi avranno sulla rendicontazione finale” ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.

 

Il 37,8% delle strutture non ha servizi attivi, il 45,5% ne ha almeno uno, solo il 3,9% è pienamente operativo con medici e infermieri (ph. GIMBE)

Il quadro è reso ancora più critico dalla carenza di dati e dalla disomogeneità territoriale. Per 649 Case della Comunità (37,8%) le Regioni non hanno dichiarato attivo alcun servizio previsto dal DM 77. Per altre 781 strutture (45,5%) risulta attivo almeno un servizio, ma solo in 285 casi (16,7%) sono stati dichiarati operativi tutti i servizi obbligatori.

 

E anche dove i servizi risultano formalmente presenti, spesso manca il personale, l’elemento decisivo. La piena operatività richiede infatti la presenza di medici e infermieri secondo standard orari precisi, e senza queste figure, le strutture restano, nei fatti, “scatole vuote”.

 

Le differenze tra le Regioni  sono marcate. La quota di Case della Comunità con almeno un servizio attivo supera la media nazionale in dieci territori, dalla Toscana (49,7%) fino alla Valle d’Aosta (100%). Al contrario, Basilicata e Provincia autonoma di Bolzano risultano ferme a zero. Oltre metà delle Case della Comunità pienamente operative si concentra in Lombardia (22) ed Emilia-Romagna (15).  

 

Ospedali di Comunità: zero strutture operative

Peggio ancora va per gli Ospedali di Comunità, pensati per alleggerire i pronto soccorso e gestire pazienti non acuti. Su 594 strutture programmate, solo 163 (27,4%) risultano avere almeno un servizio attivo, per un totale di oltre 2.900 posti letto. Ma nessuna, al 31 dicembre scorso, risulta completamente funzionante secondo gli standard previsti: assistenza infermieristica h24, presenza medica quotidiana, case manager, spazi per la riabilitazione. Raggiungere la piena operatività entro giugno, scrive GIMBE, appare “una missione impossibile”.

 

L’unico fronte che mostra progressi consistenti riguarda le Centrali Operative Territoriali (COT), decisive per il coordinamento della presa in carico dei pazienti, che hanno già raggiunto il target europeo: 625 su 657 programmate sono pienamente funzionanti.

 

Ma il tempo stringe. Tra giugno e dicembre 2025, a fronte di 121 nuove Case della Comunità con almeno un servizio attivo, quelle realmente operative con personale medico e infermieristico sono aumentate solo di 20. Per gli Ospedali di Comunità, nello stesso periodo, l’incremento è stato di appena dieci strutture.

 

Target PNRR rimodulati al ribasso: Case della Comunità da 1.350 a 1.038, COT da 600 a 480, Ospedali di Comunità da 400 a 307 (ph. GIMBE)

Fascicolo sanitario: tutto da completare

Anche sul versante digitale le difficoltà sono evidenti. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, finanziato con 1,38 miliardi di euro, resta incompleto e poco utilizzato. Al 30 settembre 2025, nessuna Regione mette a disposizione tutte le 20 tipologie di documenti previste: l’Emilia-Romagna arriva a 17, la Puglia si ferma a 11.

 

Il nodo principale, però, è l’adesione dei cittadini. Solo il 44% ha autorizzato medici e operatori a consultare il proprio fascicolo. In Abruzzo e Campania la quota crolla al 2%. In Emilia-Romagna raggiunge il 92%. Nel Mezzogiorno, solo la Puglia supera la media nazionale, attestandosi al 75%.

 

Secondo Cartabellotta, non si tratta solo di un problema tecnico ma di un “fallimento culturale e organizzativo”, alimentato anche dalla diffidenza sulla sicurezza dei dati e da una diffusa difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali.

 

La scadenza del 30 giugno 2026 si avvicina e, con essa, tre possibili scenari, nessuno dei quali rassicurante. Non raggiungere i target europei e dover restituire i fondi, centrare gli obiettivi grazie alle Regioni più avanzate, ampliando ulteriormente il divario con il resto del Paese; oppure incassare le risorse senza che i cittadini ne vedano i benefici concreti, lasciando in eredità strutture incompiute e una digitalizzazione a macchia di leopardo.

 

“È la più grande occasione per costruire una sanità territoriale efficiente e accessibile”, conclude GIMBE. “Ma senza accelerazioni immediate rischia di trasformarsi in un’occasione sprecata”.

 

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