Il Bari risorge: tra fede e fatica, la salvezza torna possibile

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Una vittoria piena contro il Modena riaccende speranze e identità, ma la strada resta in salita

Un primo tempo che ha il respiro irregolare delle partite vere, quelle in cui il Bari gioca con la necessità addosso e il Modena con la leggerezza di chi può permettersi di aspettare. Dentro questo equilibrio instabile si accende Rao, figura quasi ribelle sulla fascia: salta uomini e logiche, costringe Chichizola agli straordinari, poi si guadagna quel rigore che Moncini trasforma con la calma di chi sa che non è solo un gol, ma una presa d’aria.

Attorno a questo episodio centrale si sviluppa una trama fitta, mai banale: Maggiore ci prova da fuori con personalità, Odenthal sfiora il gol in una mischia che sa di occasione perduta, Piscopo inventa ma non sempre rifinisce, mentre dall’altra parte Gliozzi e De Luca ricordano che il Modena non è comparsa ma presenza viva, tenuta a bada da un Cerofolini attento, quasi vigile custode.

E poi, quando tutto sembra seguire una sua logica, il calcio decide di deviare il racconto: l’autogol di Adorni è un inciampo surreale, uno di quegli episodi che non si spiegano ma si subiscono, come certi scherzi del destino. Il Bari ne esce rafforzato, continua a creare, a muoversi con fiducia, persino a salvarsi con Cistana su una linea che diventa confine tra controllo e rischio.

È un primo tempo pieno, irrequieto, mai scontato: non perfetto, ma finalmente vivo. E per una squadra che cercava risposte, è già qualcosa che assomiglia a una direzione.

Il Bari chiude, ma non sa mai davvero chiudere

La ripresa tradisce subito ogni illusione di controllo: un rigore prima concesso e poi cancellato dal VAR sembra quasi un avvertimento, perché da lì il Bari perde compattezza e lascia al Modena campo e iniziativa. Gli emiliani crescono, tirano, insistono, danno la sensazione che il gol sia solo rimandato, mentre Cerofolini diventa l’argine necessario, persino con interventi fuori copione.

Longo prova a rimescolare le carte e, quasi per una di quelle ironie che il calcio sa regalare, sono proprio i cambi a chiudere il cerchio: Dorval strappa, Cuni segna. E allora tutto assume i contorni di una partita “segnata”: rigore, autorete e il gol di un attaccante che segna poco, come se il destino avesse deciso di concentrare tutto in novanta minuti. Troppa grazia, verrebbe da dire, con il sospetto – tipicamente barese – che prima o poi qualcosa si paghi.

E infatti, quando tutto sembra finito, il Bari riesce nell’impresa di riaprire anche ciò che è chiuso: il gol di Ambrosino e un recupero infinito restituiscono quella consueta inquietudine che nemmeno il 3-0 riesce a cancellare. Finisce con tre punti pesanti, ossigeno puro, ma non ancora salvezza: perché con il Bari, anche quando vinci, la tranquillità resta sempre un’opzione mai prevista.

Tra resurrezione e ostinazione: il Bari ritrova sé stesso e rincorre la salvezza

C’è qualcosa di pasquale, quasi evangelico, in questa resurrezione del Bari: una squadra che sembrava consegnata al proprio destino e che invece si rialza, come se avesse ascoltato, all’improvviso, quel richiamo antico alla vita dopo la caduta. Non era scontato, non era prevedibile. E forse proprio per questo è ancora più vero.

È stato un Bari pieno, finalmente riconoscibile, non tanto per il risultato – pur netto – quanto per la qualità della presenza in campo. Una squadra che ha saputo stare dentro la partita con ordine e convinzione, come non accadeva da tempo. La sosta, evidentemente, ha avuto l’effetto di quelle pause necessarie che, direbbe Leopardi, restituiscono respiro all’animo prima di una nuova prova. E Longo, stavolta, ha trovato le chiavi giuste, senza esitazioni.

Non era solo una partita, era un crocevia. L’ultimo treno, forse, per restare agganciati a una speranza. E il Bari non lo ha perso. Anzi, lo ha preso con autorità, contro un Modena tutt’altro che arrendevole, costruendo una vittoria che nasce sì dagli episodi – le parate di Cerofolini, qualche favore del destino – ma che si alimenta soprattutto di una ritrovata identità. È lo stesso Bari che aveva illuso contro Empoli e Reggiana: una squadra che, quando vuole, sa ancora avere cartucce da sparare.

Certo, non tutto è compiuto. Il secondo tempo ha ricordato che il carattere va custodito, non solo evocato. Ma qualcosa sembra essersi ricomposto: una difesa più ordinata, un equilibrio che passa anche da scelte più lucide, come quella di affidarsi a chi – come Piscopo – ha saputo unire qualità e disciplina, mentre altri, pur generosi, restano ancora troppo esposti all’errore.

Ora il margine si assottiglia, come sempre accade quando si arriva al punto in cui non si può più sbagliare. Ma la salvezza, per quanto impervia, non è un miraggio. Altre si fermano, rallentano, inciampano. E allora al Bari resta una sola via: quella della locomotiva evocata da Guccini, avanzare sbuffando, anche quando la salita sembra non finire mai. Perché certe stagioni non si salvano con la leggerezza, ma con ostinazione. E, forse, con un pizzico di fede.

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