La guerra che non serviva

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Perché Washington ha colpito l’Iran anche se Hormuz era aperto

Quando Washington ha giustificato l’escalation con la necessità di “garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”, la spiegazione è apparsa subito plausibile: Hormuz è uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta e basta una crisi nel Golfo per far tremare i mercati.

 

Ma lo Stretto non era chiuso, né bloccato, né interdetto. Il traffico commerciale proseguiva regolarmente anche nei giorni e nei mesi precedenti. E, soprattutto, era difficile immaginare che potesse essere l’Iran a sigillarlo davvero. Teheran esporta petrolio e gran parte delle sue entrate passa proprio da quel corridoio marittimo. Bloccarlo avrebbe significato colpire prima di tutto se stessa, interrompendo le vendite verso Cina e India, i suoi principali clienti.

 

Anche la seconda giustificazione regge poco. Gli Stati Uniti, oggi primo produttore mondiale di idrocarburi, non dipendono dal petrolio del Golfo per la propria sopravvivenza energetica. Il barile mediorientale non è più una questione di approvvigionamento interno, ma di equilibri globali.

 

Se dunque Hormuz era aperto e il petrolio non era il nodo vitale, la domanda è: quale interesse reale aveva Washington nello scontro con Teheran?

 

Un’agenda lunga dieci anni

Molto prima dell’ultima crisi, alcuni documenti strategici americani indicavano l’Iran come obiettivo politico e militare.

 

Nel 2000 il think tank neoconservatore Project for the New American Century pubblicò “Rebuilding America’s Defenses”. Tra le priorità compariva la capacità di “gestire simultaneamente più avversari regionali”, tra cui Iran e Iraq. Tra i firmatari figuravano nomi destinati a entrare ai vertici dell’amministrazione Bush: Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz. Meno di un anno dopo, sarebbero stati rispettivamente vicepresidente, segretario alla Difesa e suo vice.

 

Quattro anni prima, nel 1996, un gruppo di strateghi americani (tra cui Richard Perle ) redasse per il governo Netanyahu il memorandum “A Clean Break”, una roadmap per ridisegnare l’equilibrio mediorientale eliminando le minacce regionali, dall’Iraq fino all’Iran.

 

Sfida globale al dollaro

Nel 2000, Saddam Hussein iniziò a vendere petrolio iracheno in euro invece che in dollari. Tre anni dopo arrivò l’invasione americana. Nel 2009, Muammar Gheddafi propose il “dinaro d’oro africano” come valuta alternativa per le transazioni energetiche del continente. Due anni dopo fu rovesciato e ucciso. Nel 2008, l’Iran aprì una borsa petrolifera progettata per scambiare idrocarburi anche fuori dal circuito del dollaro. La sequenza, da sola, non prova un nesso causale. Ma segnala un punto sensibile.

 

Il sistema del petrodollaro (l’accordo non scritto per cui il petrolio mondiale viene scambiato in dollari) garantisce una domanda strutturale di valuta americana, abbassa il costo del debito pubblico degli Stati Uniti, finanzia il deficit. Chi prova a intaccarlo non mette in discussione un mercato, mette in discussione un ordine.

 

Le sanzioni americane contro Teheran, presentate come risposta al dossier nucleare, hanno colpito proprio quel nodo: il sistema bancario, i pagamenti internazionali, la possibilità di esportare fuori dai canali controllati da Washington.

 

John Bolton, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, figura chiave nelle strategie USA verso il Medio Oriente e le tensioni con l’Iran (ph. Michael Vadon)

Il nucleare: arma politica

L’ossessione americana per il programma atomico iraniano ha una logica precisa. Un Iran dotato di deterrenza nucleare diventerebbe di fatto inattaccabile, come la Corea del Nord. E un Iran inattaccabile significherebbe un Iran fuori dal perimetro della pressione militare occidentale. Non potrebbe essere trattato come l’Iraq nel 2003, né come la Libia nel 2011.

 

Qui la questione non è morale, ma strategica. Washington non può accettare un attore regionale capace di sottrarsi definitivamente alla minaccia dell’intervento.

 

Le parole di alcuni protagonisti rafforzano questa lettura. John Bolton, nelle sue memorie, descrive apertamente il “regime change” come obiettivo politico. Mike Pompeo, in un discorso alla Texas A&M University nel 2019, rivendicò senza imbarazzo la tradizione operativa americana: “Abbiamo mentito, imbrogliato, rubato”.

 

Tensioni nel Golfo: alleanze a rischio

I cablogrammi diplomatici diffusi da WikiLeaks mostrano un altro elemento: la pressione di Arabia Saudita e monarchie del Golfo affinché gli Stati Uniti colpissero l’Iran. In un cavo del 2008, il re saudita Abdullah avrebbe chiesto di “tagliare la testa al serpente”.

 

La ragione non era Hormuz, né il nucleare.  Era l’influenza regionale iraniana: Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq, Houthi in Yemen, Hamas a Gaza. Indebolire Teheran significava indebolire l’intera rete che ostacola Israele e altera gli equilibri del Golfo.

 

Il risultato è una convergenza d’interessi tra Washington, Tel Aviv e Riad: sicurezza, controllo regionale, supremazia militare.

 

Membri della milizia Basij, organizzazione paramilitare affiliata ai Guardiani della Rivoluzione Islamica, durante attività di controllo interno in Iran (ph. Dlshad Anwar VOA)

Iran nella sfida con Cina e Russia

Nel 2021 l’Iran firmò con la Cina un accordo di cooperazione strategica della durata di venticinque anni, con investimenti in infrastrutture e tecnologia in cambio di petrolio a prezzi scontati. Era l’ingresso formale di Teheran nella Belt and Road Initiative, il progetto cinese di connettività globale, che Washington considera la principale sfida sistemica al proprio ordine.

 

Nello stesso periodo, l’Iran era diventato fornitore di droni alla Russia. I Shahed-136 sono stati impiegati contro le infrastrutture ucraine. Il triangolo Mosca-Pechino-Teheran non è un’alleanza formale. È una convergenza di interessi contro il sistema occidentale a guida americana.

 

In questa luce, la pressione su Teheran assume una logica diversa da quella dichiarata. Non si tratta di Hormuz, né del nucleare, né del terrorismo come fine a se stesso. Si tratta di impedire che un nodo strategico cada stabilmente nell’orbita degli avversari.

 

La National Security Strategy americana lo dice esplicitamente dal 2017: la competizione tra grandi potenze è tornata al centro. L’Iran non è il giocatore principale. È però un pezzo che nessuno vuole cedere.

 

Dietro la guerra: non solo petrolio

Alla fine, il petrolio e Hormuz appaiono per quello che sono spesso in geopolitica: narrazioni utili, capaci di mobilitare consenso e legittimare operazioni decise altrove.

 

Le motivazioni reali sono più profonde: contenere Iran come potenza regionale, proteggere alleati strategici, impedire la deterrenza nucleare, preservare l’ordine monetario e bloccare l’integrazione dell’Iran nei corridoi economici di Cina e Russia.

 

L’Iran non è un attore innocente. Ha finanziato milizie, represso la propria popolazione, agito fuori dai confini del diritto internazionale. Ma la distanza tra le ragioni dichiarate e quelle strutturali resta enorme. E i documenti pubblici (PNAC, Clean Break, cablogrammi WikiLeaks) raccontano da anni una storia diversa da quella ripetuta nei comunicati ufficiali.

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