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83 anni fa lo ‘stupro di Nanchino’: il genocidio dimenticato

Mondo

Pubblichiamo un articolo di Gian Luca Atzori del 13 dicembre 2020 relativo al genocidio di Nanchino (Cina) per non dimenticare. 

china-files.com  

 Gian Luca Atzori 

La Treccani definisce l’olocausto come “Forma di sacrificio praticata nell’antichità, specialmente nella religione greca e in quella ebraica, in cui la vittima veniva interamente bruciata.” Di fronte agli orrori di Nanchino, tuttavia, forse persino queste parole suonano limitanti. A bruciare interamente sono state una città, i raccolti, le persone, ma non è stata questa la parte peggiore. Cosa accadde a Nanchino 83 anni fa e perché? Cosa rimane oggi di quel tragico evento?

Il contesto storico: “Una guerra mondiale in anticipo”

La storiografia ufficiale individua lo scoppio della Seconda guerra mondiale nell’invasione nazista della Polonia del 1939. Tuttavia, negli anni ’30, numerosi focolai stavano già preparando il terreno per lo scontro. Uno degli avvenimenti più importanti, che per alcuni segna il reale inizio del conflitto globale, fu la seconda guerra sino-giapponese nel 1937, l’alba della Guerra nel Pacifico che incendiò Pearl Harbor e tramontò con Hiroshima e Nakasaki.

La Cina andava incontro a profondi mutamenti dopo secoli di colonialismo occidentale e la caduta dell’Impero più longevo della storia. Oltre alle potenze straniere, la Repubblica fronteggiava 10 anni di guerra civile tra Nazionalisti e Comunisti. Nel mentre, il Giappone si era affermato come prima super potenza asiatica sconfiggendo la Russia e uscendo vittorioso dalla Grande Guerra. I suoi piani espansionistici e la sua propaganda sulla superiorità razziale non avevano nulla da invidiare al Terzo Reich. I cinesi erano considerati una razza inferiore e si prevedeva la presa della Cina in soli 3 mesi, stile guerra lampo hitleriana.

Nel 1931 il Giappone era già riuscito a creare uno stato fantoccio in Manciuria, nel nord della Cina, ma il conflitto esplose il 7 luglio 1937 col pretesto dell’incidente del Ponte Marco Polo. I giapponesi sbarcarono a Shanghai e trovarono una strenua resistenza ad aspettarli. Quei tre mesi previsti per l’intera nazione bastarono solo per la prima città e costarono oltre 40mila uomini. Fu proprio la strenua resistenza che spronò ulteriormente le truppe nipponiche a marciare su Nanchino, nonostante non fosse una tappa militarmente fondamentale.

Dopo Shanghai, infatti, il governo nazionalista si era trasferito a Chongqing e non erano rimaste grosse difese nella capitale, ormai abbandonata a se stessa, senza piani di evacuazione per i civili o di ritirata per i soldati. Nonostante tutto, la Cina non dichiarò la resa e il Giappone ordinò di radere al suolo Nanchino senza fare prigionieri.

Le dimensioni e la brutalità del massacro

L’olocausto asiatico causò dalle 14 alle 20 milioni di vittime per mano giapponese nella sola Cina, due volte il peso della Shoa nazista. Esattamente 83 anni fa avvenne quello che è forse il suo episodio più brutale. Il 13 dicembre 1937, i giapponesi entrano a Nanchino.

Un corrispondente del New York Times in fuga dall’ex-capitale scrisse: “Mentre partivo per Shanghai assistetti all’esecuzione di 200 uomini in soli 10 minuti.” Il Tribunale per i Crimini di Guerra di Tokyo ha stimato che in sole sei settimane siano state stuprate 20 mila donne, anziane, madri e bambine e uccise 200mila persone nei modi più barbari. Molte altre fonti ne contano oltre 300mila. “Un agenzia umanitaria ha sepolto 100mila persone; la Croce Rossa invece 43mila” raccontano Denis and Peggy Warner “In soli 5 giorni i giapponesi hanno gettato nel fiume Yangtze 150mila cadaveri.”

Alcuni report trattano di contest con la spada indetti dagli ufficiali. Chi più rapidamente avesse ucciso 100 cinesi sarebbe stato ricompensato militarmente. “La gara fu riportata con grande seguito nei giornali giapponesi come un’evento sportivo”.

Lo storico Yoshiaki Yoshimi descrive invece come il Giappone istituì circa 2000 centri in tutta l’Asia orientale che coinvolgevano circa 200mila “comfort women” da Cina, Filippine, Corea e altre nazioni. Ci sono ragazze cinesi che sono state stuprate 37 volte, e bambine di undici anni abusate per diversi giorni. Purtroppo gli abusi delle truppe non si limitarono ad essere solo di carattere sessuale. Le carte del Nanking Massacre Project, Women Under Siege e Nanking elencano una serie di atrocità tra cui: versare acido sui prigionieri; cannibalismo; decapitazioni; infanticidi; famiglie costrette all’incesto e alla necrofilia, sepolte con il busto fuori per essere bruciate vive o attaccate dai cani.

Fondamentale fu il ruolo di alcuni occidentali come John Rabe, Minnie Vautrin, Bob Wilson e George Fitch, che si impegnarono per l’istituzione di una Safety-Zone internazionale non autorizzata dai giapponesi e disarmata, ma capace di salvare migliaia di vite.

L’olocausto dimenticato: Memoria e controversie tra Cina, Giappone e occidente

Nazionalismo, revisionismo, negazionismo e indifferenza. Sono queste le principali lenti di lettura cinese, giapponese e occidentale su quanto accaduto. I cinesi parlano di datusha (大屠杀 grande massacro), i giapponesi parlano di shijian (事件 incidente), noi quasi non ne parliamo. Per questo la scrittrice Iris Chang l’ha definito “l’olocausto dimenticato”.

I cinesi vogliono giustamente che la memoria sia preservata e parlano dei fatti reali, ma li condiscono spesso all’interno di una narrazione nazionalista e di rivendicazione storica. I giapponesi hanno riconosciuto le proprie colpe ma questo non ha fermato le pulsioni di revisionisti e negazionisti. Infatti, nonostante l’ex-presidente Shinzo Abe abbia come di rito fatto ammenda per le atrocità del suo paese, non si è sottratto dal rendere omaggio al santuario di Yasukuni, mausoleo ospitante 1068 criminali di guerra, scatenando le ire di Cina e Corea. Al tempo stesso ha attuato un revisionismo dei libri di testo, volti a diffondere una “più bilanciata” visione dei fatti storici. Il nuovo presidente Yoshihide Suga, in carica dal 16 settembre 2020, non fu certo da meno. Nel 2015, quando ricopriva il ruolo di capo segretario di gabinetto, minacciò l’Onu di sospendere i contributi giapponesi in seguito alla decisione dell’UNESCO di inserire i documenti relativi al Massacro di Nanchino nel suo “Registro delle Memorie del Mondo”.

L’approccio alla memoria di Cina, Giappone e occidente su Nanchino ci ricorda di come delle volte la storia, per quanto brutale, possa non insegnare nulla. E’ folle ignorare l’accaduto. E’ folle negarlo o mistificarlo. È folle usarlo per rivendicare l’odio. Ian Buruma scrisse, “Fatti come questi non possono essere spiegati da una particolare cultura o storia. Dopo tutto, in precedenti guerre come la guerra Russo-Giapponese nel 1904-05, i soldati giapponesi erano rinomati per la loro disciplina. Sfortunatamente, uomini da ogni nazione sono capaci di estrema brutalità, una volta che l’animale che hanno dentro viene sguinzagliato.” La memoria sfida quella bestia.

[Pubblicato per AGI] foto dal web


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